Il calcio come approdo finale, ma soprattutto come rinascita. Fabio Pisacane si racconta in una lunga intervista a Il Fatto Quotidiano in cui intreccia campo e vita, metodo e memoria. Oggi guida il Cagliari con un’idea precisa di gioco e di mentalità, ma la radice del suo “calcio verticale” nasce molto prima delle panchine, in un percorso personale che ha segnato profondamente il suo modo di vedere tutto.
Un’idea di calcio che, per Pisacane, è prima di tutto un modo di stare dentro le difficoltà: restare dritti, lucidi, senza lasciarsi travolgere dagli episodi. Un concetto che diventa filosofia di vita oltre che principio tattico, costruito nel tempo e nella sofferenza.
Pisacane spiega come tutto parta da un approccio mentale prima ancora che tecnico. L’obiettivo è quello di costruire una squadra capace di restare stabile anche nei momenti più difficili: “Convincere la squadra a restare verticale significa renderla lucida, orgogliosa e fiduciosa nelle proprie qualità. Non bisogna avere paura quando le partite si complicano o si perdono all’ultimo minuto”. Poi un passaggio ancora più profondo sul lavoro psicologico con il gruppo: “Restare verticali. Sottrarsi ai fantasmi che abitano la mente. In troppi pensano che il risultato abbia un destino già scritto e complotti infiniti. Questi pensieri non sono i miei”. E sul suo approccio alla comunicazione con i giocatori: “Più di quattrocento incontri, 227 dei quali singolarmente. Sono ragazzi della generazione zero, vissuti nell’era tecnologica e non abituati alla parola. È il video che li rapisce, li coinvolge. Sono figli dei reels”.
Il cuore della sua storia resta l’esperienza personale legata alla malattia, che ha segnato la sua visione della vita: “Questi pensieri non sono i miei. Io ho fatto quello che sognavo: prima il calciatore e poi l’allenatore. La felicità è già tutta qua ed arriva dopo aver quasi conosciuto l’inabilità, essere stato per quattro mesi in ospedale, coma incluso, paralizzato dalla testa ai piedi”. La diagnosi è stata durissima e il ricordo resta vivido: “Sindrome di Guillain-Barré. Mio padre chiese ai medici: Fabio potrà giocare? Gli risposero: è già fortunato se continuerà a campare”. Da lì la sua idea di felicità: “La radice della mia felicità non sono i soldi, il successo, la carriera che pure contano. La felicità è la vita che mi sono ripreso e fare ciò che mi piace fare. Perdutamente”.
Il presente è tutto legato al lavoro quotidiano con il Cagliari e alla sua idea di calcio applicato: “Sono undici anni ormai e scopro ogni giorno un pezzetto in più della bellezza dell’isola”. Poi il metodo e il rapporto con i giocatori: “Non è una bella parola questa. Se c’è un calciatore poco funzionale nel modulo che ispiri devi assolutamente trovare un modo per fargli capire e accettare una situazione che lo vede giocare poco. La chiave è parlare, spiegare, comunicare, indicare una nuova strada”. Infine una riflessione più ampia sul sistema calcio: “In Italia nessuno aspetta. Il tempo non dà tempo”.
di Napoli Magazine
22/06/2026 - 20:22
Il calcio come approdo finale, ma soprattutto come rinascita. Fabio Pisacane si racconta in una lunga intervista a Il Fatto Quotidiano in cui intreccia campo e vita, metodo e memoria. Oggi guida il Cagliari con un’idea precisa di gioco e di mentalità, ma la radice del suo “calcio verticale” nasce molto prima delle panchine, in un percorso personale che ha segnato profondamente il suo modo di vedere tutto.
Un’idea di calcio che, per Pisacane, è prima di tutto un modo di stare dentro le difficoltà: restare dritti, lucidi, senza lasciarsi travolgere dagli episodi. Un concetto che diventa filosofia di vita oltre che principio tattico, costruito nel tempo e nella sofferenza.
Pisacane spiega come tutto parta da un approccio mentale prima ancora che tecnico. L’obiettivo è quello di costruire una squadra capace di restare stabile anche nei momenti più difficili: “Convincere la squadra a restare verticale significa renderla lucida, orgogliosa e fiduciosa nelle proprie qualità. Non bisogna avere paura quando le partite si complicano o si perdono all’ultimo minuto”. Poi un passaggio ancora più profondo sul lavoro psicologico con il gruppo: “Restare verticali. Sottrarsi ai fantasmi che abitano la mente. In troppi pensano che il risultato abbia un destino già scritto e complotti infiniti. Questi pensieri non sono i miei”. E sul suo approccio alla comunicazione con i giocatori: “Più di quattrocento incontri, 227 dei quali singolarmente. Sono ragazzi della generazione zero, vissuti nell’era tecnologica e non abituati alla parola. È il video che li rapisce, li coinvolge. Sono figli dei reels”.
Il cuore della sua storia resta l’esperienza personale legata alla malattia, che ha segnato la sua visione della vita: “Questi pensieri non sono i miei. Io ho fatto quello che sognavo: prima il calciatore e poi l’allenatore. La felicità è già tutta qua ed arriva dopo aver quasi conosciuto l’inabilità, essere stato per quattro mesi in ospedale, coma incluso, paralizzato dalla testa ai piedi”. La diagnosi è stata durissima e il ricordo resta vivido: “Sindrome di Guillain-Barré. Mio padre chiese ai medici: Fabio potrà giocare? Gli risposero: è già fortunato se continuerà a campare”. Da lì la sua idea di felicità: “La radice della mia felicità non sono i soldi, il successo, la carriera che pure contano. La felicità è la vita che mi sono ripreso e fare ciò che mi piace fare. Perdutamente”.
Il presente è tutto legato al lavoro quotidiano con il Cagliari e alla sua idea di calcio applicato: “Sono undici anni ormai e scopro ogni giorno un pezzetto in più della bellezza dell’isola”. Poi il metodo e il rapporto con i giocatori: “Non è una bella parola questa. Se c’è un calciatore poco funzionale nel modulo che ispiri devi assolutamente trovare un modo per fargli capire e accettare una situazione che lo vede giocare poco. La chiave è parlare, spiegare, comunicare, indicare una nuova strada”. Infine una riflessione più ampia sul sistema calcio: “In Italia nessuno aspetta. Il tempo non dà tempo”.