Calcio
IL PENSIERO - Alvino: "Su Allegri troppi maestri: tra critica e presunzione c’è una linea sottile"
29.09.2026 12:48 di Napoli Magazine
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Carlo Alvino, nel corso del suo editoriale “Dillo ad Alvino”, in onda alle ore 12 su Teleclub Canale 77, ha affrontato il dibattito che accompagna il lavoro di Massimiliano Allegri, soffermandosi in particolare sulla tendenza di una parte dell’ambiente a trasformare opinioni e valutazioni tattiche in certezze assolute.
 
«C’è una strana epidemia che colpisce l’appassionato medio di calcio in questo periodo e soprattutto l’ambiente napoletano: è la sindrome del “ne so più io”. Una patologia che diventa francamente insopportabile quando il bersaglio è un allenatore che, piaccia o no, ha vinto sei scudetti e giocato due finali di Champions League».
 
Secondo il commentatore, troppo spesso si tende a semplificare un mestiere che comprende non soltanto le scelte di formazione, ma anche la gestione quotidiana del gruppo e delle pressioni che lo circondano.
 
Alvino ha richiamato inoltre alcune delle contestazioni più ricorrenti rivolte all’allenatore, dalle scelte sugli attaccanti alla gestione della fase senza palla, fino all’accusa di proporre un calcio eccessivamente conservativo.
 
«“Doveva giocare con le due punte”, “la fase di non possesso è superata”, “è l’anticalcio” e via discorrendo. Ma davvero pensiamo che un professionista che vive di calcio ventiquattr’ore su ventiquattro da quarant’anni ne sappia meno di chi guarda la partita con una birra in mano, stravaccato sul divano?».
 
Questo non significa, nella riflessione di Alvino, sottrarre Allegri al giudizio o considerare illegittimo il dissenso. Il problema nasce quando il confronto perde argomentazioni e si riduce alla convinzione di possedere soluzioni indiscutibili.
 
Da qui la conclusione: mantenere intatta la natura popolare del calcio senza dimenticare il peso dell’esperienza maturata da chi opera professionalmente ad alto livello.
 
«Il calcio è bello perché è di tutti, questa è una massima che non cambia. Ma un briciolo di realismo e di rispetto per i curriculum e per la storia professionale di ognuno non guasterebbe».
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IL PENSIERO - Alvino: "Su Allegri troppi maestri: tra critica e presunzione c’è una linea sottile"

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29/09/2026 - 12:48

Carlo Alvino, nel corso del suo editoriale “Dillo ad Alvino”, in onda alle ore 12 su Teleclub Canale 77, ha affrontato il dibattito che accompagna il lavoro di Massimiliano Allegri, soffermandosi in particolare sulla tendenza di una parte dell’ambiente a trasformare opinioni e valutazioni tattiche in certezze assolute.
 
«C’è una strana epidemia che colpisce l’appassionato medio di calcio in questo periodo e soprattutto l’ambiente napoletano: è la sindrome del “ne so più io”. Una patologia che diventa francamente insopportabile quando il bersaglio è un allenatore che, piaccia o no, ha vinto sei scudetti e giocato due finali di Champions League».
 
Secondo il commentatore, troppo spesso si tende a semplificare un mestiere che comprende non soltanto le scelte di formazione, ma anche la gestione quotidiana del gruppo e delle pressioni che lo circondano.
 
Alvino ha richiamato inoltre alcune delle contestazioni più ricorrenti rivolte all’allenatore, dalle scelte sugli attaccanti alla gestione della fase senza palla, fino all’accusa di proporre un calcio eccessivamente conservativo.
 
«“Doveva giocare con le due punte”, “la fase di non possesso è superata”, “è l’anticalcio” e via discorrendo. Ma davvero pensiamo che un professionista che vive di calcio ventiquattr’ore su ventiquattro da quarant’anni ne sappia meno di chi guarda la partita con una birra in mano, stravaccato sul divano?».
 
Questo non significa, nella riflessione di Alvino, sottrarre Allegri al giudizio o considerare illegittimo il dissenso. Il problema nasce quando il confronto perde argomentazioni e si riduce alla convinzione di possedere soluzioni indiscutibili.
 
Da qui la conclusione: mantenere intatta la natura popolare del calcio senza dimenticare il peso dell’esperienza maturata da chi opera professionalmente ad alto livello.
 
«Il calcio è bello perché è di tutti, questa è una massima che non cambia. Ma un briciolo di realismo e di rispetto per i curriculum e per la storia professionale di ognuno non guasterebbe».