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IL DIRETTORE SPORTIVO - Napoli, Manna: "ADL mi ha dato una possibilità incredibile, Allegri ha voglia di rivincita, McTominay il colpo da maestro della mia vita professionale"
29.10.2026 17:58 di Napoli Magazine
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Giovanni Manna, direttore sportivo del Napoli, ha rilasciato una lunga intervista ai microfoni di "Colpi da Maestro", una produzione di Master Group Sport. L'intervista è stata realizzata a inizio settembre e pubblicata oggi.

Da dove nasce la passione per questo lavoro?

"Il mio percorso è stato un po’ particolare. Sono stato un giocatore modesto a livello dilettantistico e la cosa che mi piaceva di più era allenare. Nel pomeriggio seguivo i bambini e i ragazzi del settore giovanile, mentre la sera mi allenavo. È stato questo ad accrescere la mia passione. Il calcio ha sempre rappresentato una parte fondamentale della mia vita, come lo è tuttora. Fortunatamente, è diventato il mio lavoro e sono riuscito a coltivare questa passione".

Che cos’è un direttore sportivo? Un esperto, un tecnico, un appassionato o un po’ di tutte queste cose?

"È un insieme di tutte queste componenti. Fondamentalmente, però, il nostro compito è risolvere problemi di ogni tipo. Spesso si tende a identificare il lavoro del direttore sportivo soltanto con il calciomercato, ma non è così. Il mercato è importante, naturalmente, e c’è un gruppo di lavoro che si occupa di osservare i calciatori. Tuttavia, il lavoro principale si svolge durante l’anno, a supporto dell’allenatore, della squadra e della dirigenza, confrontandosi anche con il presidente. Ci sono tante dinamiche e tante tematiche da gestire. Ridurre tutto al mercato è limitante".

Quindi quando finisce il calciomercato comincia il lavoro?

"Esatto. I problemi cominciano adesso".

Qual'è il problema che non vorresti mai dover affrontare? Una situazione improvvisa, difficile da prevedere?

"Questa domanda mi coglie un po’ impreparato, perché ne ho affrontate parecchie. Penso, per esempio, alla vicenda del doping di Pogba, che si è verificata durante la mia esperienza alla Juventus. In situazioni del genere bisogna rimanere lucidi e tranquilli, capire bene che cosa sta succedendo prima di prendere decisioni che potrebbero essere avventate. Per me non è semplice, perché sono una persona molto impulsiva".

Torniamo al calciomercato del Napoli. È stata una sessione importante, soprattutto per quanto riguarda le uscite. Come giudichi il lavoro svolto? Quali sono stati i limiti e i momenti migliori?

"Sicuramente, a mercato terminato, i nostri tifosi non saranno contenti. Il tifoso ha voglia di vedere il giocatore nuovo, vuole vedere calciatori forti, scoprirli ed emozionarsi. Noi, però, dovevamo seguire una linea precisa. Nel mio biennio a Napoli abbiamo acquistato tanti giocatori: soltanto l’anno scorso ne sono arrivati dieci o undici, considerando le sessioni estiva e invernale. Dovevamo quindi rispettare i nostri parametri. Per noi la squadra era completa e, se non fosse uscito nessuno, non avremmo fatto altre operazioni. Abbiamo provato, con un po’ di fantasia, a trovare delle soluzioni in uscita, ma a un certo punto ci siamo trovati in una situazione complicata. Abbiamo preferito non percorrere strade tortuose, rischiando di farci male. Come dice anche il mister, non è detto che un nuovo acquisto migliori effettivamente la squadra. Per questo abbiamo deciso di andare avanti così. L’anno scorso siamo stati condizionati dagli infortuni: speriamo di essere più fortunati e di riuscire a valorizzare il lavoro fatto in precedenza".

La scelta di Allegri si inserisce in una squadra che ha già una propria identità, costruita prima del suo arrivo. È un allenatore che sembra capace di prendersi a cuore anche situazioni che non gli appartengono direttamente. È questa la sua forza?

"Sì, quando sposa una causa dà tutto se stesso. Lo conosco perché abbiamo lavorato insieme alla Juventus e anche lì si è dedicato completamente al progetto. Ci siamo trovati perché partiamo da una base importante: la squadra è forte tecnicamente ed era ben allenata. Allegri lo ha riconosciuto, ed è un dato oggettivo. Adesso stiamo cercando di plasmarla un po’ secondo la sua idea, modificando alcune dinamiche. Pensiamo di poter disputare una buona stagione e di toglierci qualche soddisfazione, lavorando e arrivando fino in fondo. Vedremo".

Ci racconti la trattativa per Badiashile? Come è nata e quali difficoltà avete incontrato?

"Onestamente, in difesa non avremmo voluto fare nulla. All’inizio abbiamo provato a prendere Gila, ma la situazione era particolarmente interessante anche per altre società. Non c’erano i tempi e le condizioni giuste, mentre il Milan è stato bravo e veloce a trovare un accordo con tutte le parti. Poi Buongiorno ha avuto un problema che ha richiesto un piccolo intervento e un percorso di riabilitazione. A quel punto siamo dovuti tornare sul mercato. Badiashile aveva, e ha, le caratteristiche che cercavamo: struttura fisica e capacità di giocare con velocità. Quando lo acquistò il Chelsea era considerato un grandissimo talento. Ha attraversato un paio di anni complicati, ma bisogna assumersi dei rischi, soprattutto quando non è possibile sostenere un determinato tipo di investimento. Aveva le caratteristiche che ci servivano e pensiamo che, con il lavoro e la sua voglia di riscatto, possa darci una grande mano".

Parlando con alcuni tecnici delle nazionali giovanili, tra cui Andrea Barzagli, emerge spesso un concetto: la Serie B è diventata un campionato in cui i giovani possono trovare spazio e crescere. Il Napoli ha preso Favasuli, reduce da un’ottima stagione. È stata una scelta lungimirante?

"Mi riallaccio alle parole di Andrea. In passato anche le grandi squadre di Serie A acquistavano i migliori giocatori della Serie B, che spesso avevano già 19, 20, 21 o 22 anni. Oggi questa abitudine si è un po’ persa. Nella mia esperienza recente, quando mandavamo un calciatore a giocare dopo aver completato il suo percorso di formazione, consideravamo quel passaggio quasi necessario. La Serie B è sempre stata un campionato che seguo con attenzione, anche perché è molto divertente. Favasuli l’anno scorso ha dimostrato di essere un giocatore pronto e di meritare un salto di qualità. C’erano anche altri nomi, compresi calciatori già in Serie A, ma lui mi ha colpito per la determinazione e la maturità mentale con cui si è approcciato al percorso ed è cresciuto. Cercavamo un giocatore che potesse essere inserito fuori lista e imparare da Di Lorenzo, perché in quella posizione abbiamo il nostro capitano. Secondo me, però, Favasuli potrà darci una mano. È un ragazzo interessante, un grande lavoratore e una persona umile: valori che, nel calcio moderno, non sono così scontati".

Quando si sceglie un calciatore, si sceglie anche una persona. Quanto contano i dati e gli algoritmi, e quanto invece l’osservazione diretta e il confronto umano? Come funziona il vostro lavoro di reclutamento?

"Tendenzialmente, se un giocatore è bravo, lo vedono in tanti. A me piace parlarci personalmente. Ho incontrato quasi tutti i calciatori che abbiamo preso, in molti casi anche più di una volta. Devo capire che cosa mi trasmettono, quali sensazioni ed emozioni mi suscitano. A volte sono estremamente positive, altre volte rimangono dei dubbi. Ricordo che a gennaio abbiamo preso Santos un po’ a sorpresa, perché giocava poco. Quando l’ho incontrato aveva un sorriso enorme, che ti riempiva. Mi ha trasmesso qualcosa di diverso: ho percepito la sua voglia e il suo entusiasmo. Naturalmente, quando incontri un grande campione, riconosci anche un valore diverso. Ma, al di là dei numeri e dei dati, un giocatore deve lasciarti qualcosa, sia in campo sia fuori. Per me questo aspetto è fondamentale".

Restiamo sul tema dei giovani italiani. Spesso riusciamo a formarli, ma facciamo fatica a compiere l’ultimo passo e portarli nel calcio dei grandi, dove i ritmi e l’intensità sono differenti. Come si può superare questo problema?

"Secondo me dovremmo avere più coraggio nel farli giocare".

Possiamo permettercelo?

"Sì, dobbiamo farlo. Perché non dovremmo? In passato succedeva, mentre oggi abbiamo smesso e abbiamo sempre paura. Lo dico anche sulla base della mia esperienza. Quando lavoravamo con l’Under 23, la Juventus Next Gen, avevamo una squadra giovane e spesso si pensava che avremmo perso. Invece disputavamo grandi partite, acquisendo fiducia, senso di responsabilità e convinzione nel lavoro che stavamo facendo. Quella convinzione è stata trasmessa anche ai livelli superiori. Diversi calciatori hanno esordito e oggi sono stabilmente nella Juventus, mentre altri sono stati ceduti e hanno proseguito il loro percorso altrove. Non bisogna avere paura. Il sistema deve sostenerci in questo cambiamento, che prima di tutto deve essere mentale".

Quanto ti ha segnato l’esperienza alla Juventus con i giovani della Next Gen?

"Mi ha cambiato la vita. Lavorare con ragazzi di quell’età, vederli crescere, maturare e diventare uomini e calciatori è un’esperienza che ti segna, perché condividi con loro un percorso che è quasi di vita. Io arrivavo da un’esperienza in prima squadra e ho seguito il percorso dall’Under 19 all’Under 23. Sono molto legato a quei ragazzi, non soltanto a quelli che oggi sono diventati calciatori importanti, ma anche a quelli che magari non sono riusciti a raggiungere determinati livelli. Abbiamo svolto un lavoro importante, grazie anche a un gruppo di professionisti di altissimo livello".

Il Napoli ha dovuto lavorare molto sulle cessioni. Pensiamo a Lukaku, per il quale l’operazione è stata complessa e delicata. Come si è sviluppata la situazione?

"Quando abbiamo preso Romelu Lukaku, abbiamo stipulato un contratto di tre anni. L’accordo con il Chelsea era un po’ complicato, perché il valore residuo del giocatore era molto più alto rispetto alla cifra del trasferimento. Il nostro programma era di tenerlo per tre anni, fino alla scadenza del contratto. Poi, purtroppo, le cose non vanno sempre come ci si aspetta. Ci siamo trovati a gestire una situazione complicata. Per noi era uno stipendio importante, soprattutto perché avevamo già fatto un investimento per sostituirlo con Højlund. Anche la cessione non è andata come speravamo, ma, in un mercato difficile, trovare qualcuno disposto ad acquistarlo è stato complicato. Siamo stati fortunati a riuscirci. Gli auguro il meglio, perché è un ragazzo che con noi ha vinto uno scudetto e ci ha dato davvero tanto".

Sei rimasto deluso da come si è sviluppata la vicenda?

"È stata una situazione complicata. I calciatori, come tutti noi, a volte pensano anche ai propri interessi. Lui aveva in mente il Mondiale, il recupero e la necessità di tornare a giocare. In quel momento, però, noi stavamo lottando per un obiettivo vitale, la qualificazione alla Champions League. Forse qualcosa si è perso per strada, ma sono situazioni che nel calcio possono capitare".

Ti piace la nuova formula della Champions League? Da tifoso è sicuramente coinvolgente, soprattutto nelle ultime giornate.

"Personalmente preferivo la vecchia formula, ma, se la guardi dall’esterno come tifoso, le ultime due giornate sono divertenti. Prima c’erano gironi nei quali, già alla terza partita, era tutto deciso. Con il nuovo formato, invece, si arriva all’ultima giornata con tante situazioni ancora aperte. È sicuramente più piacevole per chi guarda".

Per una società, invece, quanto è importante questa formula, al di là delle due partite in più e delle opportunità economiche?

"La Champions League è il calcio di oggi. Giocarla e vivere certe esperienze ti fa crescere tantissimo. Quando vai ad acquistare un giocatore, per esempio, ti chiedi quante partite di Champions abbia disputato, perché hanno un peso diverso. È una competizione con un ritmo e un’intensità differenti. Si vedono giocate diverse e si vive il calcio in un altro modo".

E per divertirsi, che cosa dovrebbe fare il Napoli in Champions League?

"Cercare di arrivare ai playoff sarebbe già un risultato molto importante. Ci divertiremmo moltissimo".

Anche il presidente sarebbe più contento. De Laurentiis è un vulcano di idee: con lui non ci si annoia mai?

"No, non ti annoi mai. Però va ringraziato, perché sono arrivato a Napoli a 36 anni e, dopo il decimo posto, mi è stata data una possibilità incredibile. È stata una scelta importante e, per certi versi, anche un po’ folle".

Che cosa vi siete detti al primo incontro?

"Mi chiamò il dottor Chiavelli. Incontrai prima lui e poi il presidente. Quando mi chiamò, mi disse: “Lei mi ha fatto un’ottima impressione: o è veramente bravo oppure è un grande attore”. Gli risposi: “Al massimo faremo un film”.

Torniamo alla tua passione. Qual è il primo ricordo legato al calcio e, in qualche modo, al lavoro che fai oggi?

"A casa mia si è sempre respirato calcio, grazie a mio padre e a mio zio. Il primo ricordo legato anche alla professione che svolgo oggi, però, risale all’estate, quando avevo 11 o 12 anni. Si usciva con il pallone, si andava al campetto e si tornava a casa la sera. Nel frattempo si parlava di calcio, delle squadre e dei giocatori da acquistare: “Secondo me devono prendere questo”. Sono pensieri che mi sono rimasti in testa. Mi è sempre piaciuto quel mondo".

Quando eravate al campetto, organizzavi tu le squadre?

"Sì, sempre. Volevo fare il direttore anche quando non portavo il pallone!".

La tua prima esperienza professionale è stata a Forlì. Come ci sei arrivato?

"È una storia curiosa. Sono laureato in Economia e ho frequentato un master in management sportivo a San Marino. Ho svolto lo stage al Forlì perché il direttore, Lorenzo Pedroni, era un ex allievo dello stesso master. Ho iniziato occupandomi dell’area commerciale e della vendita delle sponsorizzazioni. Dopo qualche mese, Pedroni mi disse: “Secondo me sei sveglio, ti faccio fare il team manager e stai vicino a me”. È così che ho iniziato".

Nel calcio bisogna trovarsi al posto giusto, ma anche saper cogliere le occasioni.

"Esatto, bisogna trovarsi nelle situazioni giuste e saperle cogliere".

Poi è arrivata l’esperienza in Svizzera, al Lugano, la tua prima vera esperienza da direttore sportivo. Che cosa ti ha lasciato il calcio svizzero?

"È stata la mia prima esperienza da direttore sportivo. Ho iniziato lavorando con Zdenek Zeman e ricordo che, durante una riunione tra novembre e dicembre, disse al presidente: “Basta, di calcio voglio parlare soltanto con lui”. Nel primo mese, infatti, non mi aveva praticamente rivolto la parola. È stata un’esperienza difficile. Ero giovane, avevo 24 o 25 anni e non sapevo bene come rapportarmi con lui. Poi mi ha studiato un po’ e, nel giro di sei mesi, siamo riusciti a trovare un’intesa. L’anno successivo abbiamo raggiunto il terzo posto e disputato il girone di Europa League, chiudendo con nove punti. Due anni dopo abbiamo ottenuto un’altra qualificazione europea. Tutto questo con uno dei budget più bassi. Siamo riusciti a creare una buona sinergia, prendendo giocatori dalla Serie B italiana, calciatori svizzeri di qualità e, ogni tanto, facendo qualche operazione a sorpresa".

Come si vive uno scudetto da direttore sportivo? Quando arriva il tricolore, che cosa si prova?

"È stato come vivere un sogno. È stata una stagione davvero difficile, con tanti problemi e tante situazioni complicate. Man mano che andavamo avanti e restavamo in corsa, però, cominciavamo a crederci. Non pensi mai davvero di poter arrivare fino in fondo. Poi abbiamo pareggiato a Parma, Lazio e Inter hanno pareggiato e noi abbiamo giocato l’ultima giornata di venerdì. La mattina della partita, mentre andavo in macchina al centro sportivo per la rifinitura, in città cominciavano a comparire le bandiere. In quel momento ho realizzato che forse stavamo davvero per vincere lo scudetto, al mio primo anno a Napoli. È stato un momento irripetibile".

E con Antonio Conte come ti sei trovato? Non hai scelto proprio una stagione tranquilla: una piazza esigente, un presidente vulcanico e un allenatore molto meticoloso.

"Quando ho firmato con il Napoli, nella mia testa c’erano Gasperini e Conte. Erano due figure forti. A 36 anni hai bisogno, tra virgolette, non tanto di protezione quanto di una persona con cui poter lavorare e costruire insieme. L’unità ti rende più forte e ti permette di spiegare al presidente determinate dinamiche e determinate scelte. Con Antonio mi sono trovato benissimo e lo ringrazierò per tutta la vita. Mi ha fatto vincere uno scudetto, che spero non sia l’ultimo, ma soprattutto uno scudetto storico. Mi ha insegnato tanto e mi ha fatto crescere professionalmente. Lavorare con un allenatore così esigente, determinato, appassionato e meticoloso, che non si accontenta mai, ti porta inevitabilmente a rendere di più. In quella stagione abbiamo dovuto anche vendere Kvaratskhelia, un’operazione che non è stata facile da gestire, e non siamo riusciti a rimpiazzarlo. Sono stati due anni importanti per me. Sarò sempre grato a Conte, perché mi ha dato una grande mano e, se abbiamo raggiunto risultati importanti, gran parte del merito è anche suo".

La prima scelta di un direttore sportivo è quella dell’allenatore. Hai parlato di Allegri: qual è la sua idea di calcio e che cosa può portare al Napoli?

"Dopo Conte era importante avere una personalità forte, magari diversa, ma comunque riconosciuta dallo spogliatoio, dalla piazza e dal presidente. Dobbiamo cercare di valorizzare il lavoro fatto finora, che secondo me non si è interrotto. Quest’anno la squadra può ancora dare continuità a quel percorso, anche se probabilmente siamo arrivati alla fine di un ciclo iniziato con Spalletti. Credo che Allegri, dopo l’esperienza di Milano, abbia voglia di rivincita. È una persona che, a volte, mi sorprende per quanto venga messa in discussione. Penso abbia voglia di rilanciarsi, e la stessa cosa vale per noi, dopo una stagione condizionata anche dalla sfortuna. Speriamo che le cose vadano nella direzione giusta".

Al di là del mercato, che cosa sta succedendo al calcio italiano? Quali segnali ci arrivano dal nostro campionato e quale posizione occupa oggi nel panorama internazionale?

"Negli ultimi dieci o quindici anni abbiamo perso molto terreno. Non è un problema soltanto italiano: anche la Francia non è più quella di una volta, in Germania ci sono poche squadre di vertice e in Spagna il livello è concentrato su tre o quattro club. Il calcio inglese, invece, ha creato un divario che, in questo momento, è difficile da colmare. Non basta nemmeno avere buone idee, perché le risorse economiche fanno la differenza. Loro fanno operazioni da 100 milioni di euro, mentre noi consideriamo importanti quelle da 30 milioni. È una situazione complicata e se ne può uscire soltanto lavorando insieme, come un sistema. Dobbiamo ragionare in maniera unitaria, un po’ come fa l’NBA. Se non lo facciamo, diventa difficile competere".

Qual è il campionato che ti piace guardare di più? Immagino che per lavoro tu debba seguirli tutti.

"La Premier League è sicuramente interessante, ma io mi diverto soprattutto con la Serie B e la Serie C. Mi piace guardare le partite, seguire le dirette e vedere quello che succede in quei campionati. Mi rilassa e mi fa ricordare quando ho iniziato. La Serie B, in particolare, è sempre stata il mio campionato".

Che cosa vorresti dire oggi alla città di Napoli, senza fare proclami? Qual è il messaggio che vorresti arrivasse ai tifosi nella vita di tutti i giorni?

"Vorrei trasmettere un messaggio di fiducia e pazienza. Le scelte che abbiamo fatto non sono state pensate soltanto per l’oggi, ma soprattutto per il domani. A volte bisogna accontentarsi un po’ nel breve periodo per gettare le basi e continuare a lavorare come è stato fatto negli ultimi vent’anni, così da proseguire il percorso anche negli anni successivi. I tifosi devono avere fiducia e pazienza".

Chiudiamo con un gioco: i tuoi migliori colpi di mercato, valutando anche il rapporto tra qualità e prezzo. Ti propongo alcuni nomi e tu li metti nella tua personale classifica. Partiamo da De Bruyne. Come lo giudichi?

"Devo fare una media tra le aspettative, il lavoro fatto per prenderlo e il rendimento. Oggi lo metto al quarto posto".

Passiamo a Badiashile.

"Per il momento lo mettiamo in fondo, perché c’è ancora tanto lavoro da fare".

Buongiorno?

"È stato il primo giocatore che ho acquistato al Napoli, quindi per me ha anche un valore emotivo importante. È un ragazzo a cui sono molto legato e lo metto sicuramente sul podio, al secondo posto".

Spinazzola?

"È un altro ragazzo a cui sono particolarmente legato. Lo metto al terzo posto".

E Neres?

"Quinto posto".

E gli altri acquisti, quelli che hanno richiesto il lavoro di tutto il gruppo?

"Sono operazioni di squadra. C’è chi osserva i giocatori, chi li valuta e chi contribuisce a convincerli; poi il direttore porta avanti l’acquisto. Alla Juventus, per esempio, ho comprato anche calciatori che non avevo mai visto personalmente".

E Lukaku?

"Sesto posto".

McTominay?

"Numero uno".

Allora il tuo colpo da maestro è proprio Scott McTominay. Qual è il colpo da maestro della tua vita professionale?

"Scott McTominay".

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IL DIRETTORE SPORTIVO - Napoli, Manna: "ADL mi ha dato una possibilità incredibile, Allegri ha voglia di rivincita, McTominay il colpo da maestro della mia vita professionale"

di Napoli Magazine

29/10/2026 - 17:58

Giovanni Manna, direttore sportivo del Napoli, ha rilasciato una lunga intervista ai microfoni di "Colpi da Maestro", una produzione di Master Group Sport. L'intervista è stata realizzata a inizio settembre e pubblicata oggi.

Da dove nasce la passione per questo lavoro?

"Il mio percorso è stato un po’ particolare. Sono stato un giocatore modesto a livello dilettantistico e la cosa che mi piaceva di più era allenare. Nel pomeriggio seguivo i bambini e i ragazzi del settore giovanile, mentre la sera mi allenavo. È stato questo ad accrescere la mia passione. Il calcio ha sempre rappresentato una parte fondamentale della mia vita, come lo è tuttora. Fortunatamente, è diventato il mio lavoro e sono riuscito a coltivare questa passione".

Che cos’è un direttore sportivo? Un esperto, un tecnico, un appassionato o un po’ di tutte queste cose?

"È un insieme di tutte queste componenti. Fondamentalmente, però, il nostro compito è risolvere problemi di ogni tipo. Spesso si tende a identificare il lavoro del direttore sportivo soltanto con il calciomercato, ma non è così. Il mercato è importante, naturalmente, e c’è un gruppo di lavoro che si occupa di osservare i calciatori. Tuttavia, il lavoro principale si svolge durante l’anno, a supporto dell’allenatore, della squadra e della dirigenza, confrontandosi anche con il presidente. Ci sono tante dinamiche e tante tematiche da gestire. Ridurre tutto al mercato è limitante".

Quindi quando finisce il calciomercato comincia il lavoro?

"Esatto. I problemi cominciano adesso".

Qual'è il problema che non vorresti mai dover affrontare? Una situazione improvvisa, difficile da prevedere?

"Questa domanda mi coglie un po’ impreparato, perché ne ho affrontate parecchie. Penso, per esempio, alla vicenda del doping di Pogba, che si è verificata durante la mia esperienza alla Juventus. In situazioni del genere bisogna rimanere lucidi e tranquilli, capire bene che cosa sta succedendo prima di prendere decisioni che potrebbero essere avventate. Per me non è semplice, perché sono una persona molto impulsiva".

Torniamo al calciomercato del Napoli. È stata una sessione importante, soprattutto per quanto riguarda le uscite. Come giudichi il lavoro svolto? Quali sono stati i limiti e i momenti migliori?

"Sicuramente, a mercato terminato, i nostri tifosi non saranno contenti. Il tifoso ha voglia di vedere il giocatore nuovo, vuole vedere calciatori forti, scoprirli ed emozionarsi. Noi, però, dovevamo seguire una linea precisa. Nel mio biennio a Napoli abbiamo acquistato tanti giocatori: soltanto l’anno scorso ne sono arrivati dieci o undici, considerando le sessioni estiva e invernale. Dovevamo quindi rispettare i nostri parametri. Per noi la squadra era completa e, se non fosse uscito nessuno, non avremmo fatto altre operazioni. Abbiamo provato, con un po’ di fantasia, a trovare delle soluzioni in uscita, ma a un certo punto ci siamo trovati in una situazione complicata. Abbiamo preferito non percorrere strade tortuose, rischiando di farci male. Come dice anche il mister, non è detto che un nuovo acquisto migliori effettivamente la squadra. Per questo abbiamo deciso di andare avanti così. L’anno scorso siamo stati condizionati dagli infortuni: speriamo di essere più fortunati e di riuscire a valorizzare il lavoro fatto in precedenza".

La scelta di Allegri si inserisce in una squadra che ha già una propria identità, costruita prima del suo arrivo. È un allenatore che sembra capace di prendersi a cuore anche situazioni che non gli appartengono direttamente. È questa la sua forza?

"Sì, quando sposa una causa dà tutto se stesso. Lo conosco perché abbiamo lavorato insieme alla Juventus e anche lì si è dedicato completamente al progetto. Ci siamo trovati perché partiamo da una base importante: la squadra è forte tecnicamente ed era ben allenata. Allegri lo ha riconosciuto, ed è un dato oggettivo. Adesso stiamo cercando di plasmarla un po’ secondo la sua idea, modificando alcune dinamiche. Pensiamo di poter disputare una buona stagione e di toglierci qualche soddisfazione, lavorando e arrivando fino in fondo. Vedremo".

Ci racconti la trattativa per Badiashile? Come è nata e quali difficoltà avete incontrato?

"Onestamente, in difesa non avremmo voluto fare nulla. All’inizio abbiamo provato a prendere Gila, ma la situazione era particolarmente interessante anche per altre società. Non c’erano i tempi e le condizioni giuste, mentre il Milan è stato bravo e veloce a trovare un accordo con tutte le parti. Poi Buongiorno ha avuto un problema che ha richiesto un piccolo intervento e un percorso di riabilitazione. A quel punto siamo dovuti tornare sul mercato. Badiashile aveva, e ha, le caratteristiche che cercavamo: struttura fisica e capacità di giocare con velocità. Quando lo acquistò il Chelsea era considerato un grandissimo talento. Ha attraversato un paio di anni complicati, ma bisogna assumersi dei rischi, soprattutto quando non è possibile sostenere un determinato tipo di investimento. Aveva le caratteristiche che ci servivano e pensiamo che, con il lavoro e la sua voglia di riscatto, possa darci una grande mano".

Parlando con alcuni tecnici delle nazionali giovanili, tra cui Andrea Barzagli, emerge spesso un concetto: la Serie B è diventata un campionato in cui i giovani possono trovare spazio e crescere. Il Napoli ha preso Favasuli, reduce da un’ottima stagione. È stata una scelta lungimirante?

"Mi riallaccio alle parole di Andrea. In passato anche le grandi squadre di Serie A acquistavano i migliori giocatori della Serie B, che spesso avevano già 19, 20, 21 o 22 anni. Oggi questa abitudine si è un po’ persa. Nella mia esperienza recente, quando mandavamo un calciatore a giocare dopo aver completato il suo percorso di formazione, consideravamo quel passaggio quasi necessario. La Serie B è sempre stata un campionato che seguo con attenzione, anche perché è molto divertente. Favasuli l’anno scorso ha dimostrato di essere un giocatore pronto e di meritare un salto di qualità. C’erano anche altri nomi, compresi calciatori già in Serie A, ma lui mi ha colpito per la determinazione e la maturità mentale con cui si è approcciato al percorso ed è cresciuto. Cercavamo un giocatore che potesse essere inserito fuori lista e imparare da Di Lorenzo, perché in quella posizione abbiamo il nostro capitano. Secondo me, però, Favasuli potrà darci una mano. È un ragazzo interessante, un grande lavoratore e una persona umile: valori che, nel calcio moderno, non sono così scontati".

Quando si sceglie un calciatore, si sceglie anche una persona. Quanto contano i dati e gli algoritmi, e quanto invece l’osservazione diretta e il confronto umano? Come funziona il vostro lavoro di reclutamento?

"Tendenzialmente, se un giocatore è bravo, lo vedono in tanti. A me piace parlarci personalmente. Ho incontrato quasi tutti i calciatori che abbiamo preso, in molti casi anche più di una volta. Devo capire che cosa mi trasmettono, quali sensazioni ed emozioni mi suscitano. A volte sono estremamente positive, altre volte rimangono dei dubbi. Ricordo che a gennaio abbiamo preso Santos un po’ a sorpresa, perché giocava poco. Quando l’ho incontrato aveva un sorriso enorme, che ti riempiva. Mi ha trasmesso qualcosa di diverso: ho percepito la sua voglia e il suo entusiasmo. Naturalmente, quando incontri un grande campione, riconosci anche un valore diverso. Ma, al di là dei numeri e dei dati, un giocatore deve lasciarti qualcosa, sia in campo sia fuori. Per me questo aspetto è fondamentale".

Restiamo sul tema dei giovani italiani. Spesso riusciamo a formarli, ma facciamo fatica a compiere l’ultimo passo e portarli nel calcio dei grandi, dove i ritmi e l’intensità sono differenti. Come si può superare questo problema?

"Secondo me dovremmo avere più coraggio nel farli giocare".

Possiamo permettercelo?

"Sì, dobbiamo farlo. Perché non dovremmo? In passato succedeva, mentre oggi abbiamo smesso e abbiamo sempre paura. Lo dico anche sulla base della mia esperienza. Quando lavoravamo con l’Under 23, la Juventus Next Gen, avevamo una squadra giovane e spesso si pensava che avremmo perso. Invece disputavamo grandi partite, acquisendo fiducia, senso di responsabilità e convinzione nel lavoro che stavamo facendo. Quella convinzione è stata trasmessa anche ai livelli superiori. Diversi calciatori hanno esordito e oggi sono stabilmente nella Juventus, mentre altri sono stati ceduti e hanno proseguito il loro percorso altrove. Non bisogna avere paura. Il sistema deve sostenerci in questo cambiamento, che prima di tutto deve essere mentale".

Quanto ti ha segnato l’esperienza alla Juventus con i giovani della Next Gen?

"Mi ha cambiato la vita. Lavorare con ragazzi di quell’età, vederli crescere, maturare e diventare uomini e calciatori è un’esperienza che ti segna, perché condividi con loro un percorso che è quasi di vita. Io arrivavo da un’esperienza in prima squadra e ho seguito il percorso dall’Under 19 all’Under 23. Sono molto legato a quei ragazzi, non soltanto a quelli che oggi sono diventati calciatori importanti, ma anche a quelli che magari non sono riusciti a raggiungere determinati livelli. Abbiamo svolto un lavoro importante, grazie anche a un gruppo di professionisti di altissimo livello".

Il Napoli ha dovuto lavorare molto sulle cessioni. Pensiamo a Lukaku, per il quale l’operazione è stata complessa e delicata. Come si è sviluppata la situazione?

"Quando abbiamo preso Romelu Lukaku, abbiamo stipulato un contratto di tre anni. L’accordo con il Chelsea era un po’ complicato, perché il valore residuo del giocatore era molto più alto rispetto alla cifra del trasferimento. Il nostro programma era di tenerlo per tre anni, fino alla scadenza del contratto. Poi, purtroppo, le cose non vanno sempre come ci si aspetta. Ci siamo trovati a gestire una situazione complicata. Per noi era uno stipendio importante, soprattutto perché avevamo già fatto un investimento per sostituirlo con Højlund. Anche la cessione non è andata come speravamo, ma, in un mercato difficile, trovare qualcuno disposto ad acquistarlo è stato complicato. Siamo stati fortunati a riuscirci. Gli auguro il meglio, perché è un ragazzo che con noi ha vinto uno scudetto e ci ha dato davvero tanto".

Sei rimasto deluso da come si è sviluppata la vicenda?

"È stata una situazione complicata. I calciatori, come tutti noi, a volte pensano anche ai propri interessi. Lui aveva in mente il Mondiale, il recupero e la necessità di tornare a giocare. In quel momento, però, noi stavamo lottando per un obiettivo vitale, la qualificazione alla Champions League. Forse qualcosa si è perso per strada, ma sono situazioni che nel calcio possono capitare".

Ti piace la nuova formula della Champions League? Da tifoso è sicuramente coinvolgente, soprattutto nelle ultime giornate.

"Personalmente preferivo la vecchia formula, ma, se la guardi dall’esterno come tifoso, le ultime due giornate sono divertenti. Prima c’erano gironi nei quali, già alla terza partita, era tutto deciso. Con il nuovo formato, invece, si arriva all’ultima giornata con tante situazioni ancora aperte. È sicuramente più piacevole per chi guarda".

Per una società, invece, quanto è importante questa formula, al di là delle due partite in più e delle opportunità economiche?

"La Champions League è il calcio di oggi. Giocarla e vivere certe esperienze ti fa crescere tantissimo. Quando vai ad acquistare un giocatore, per esempio, ti chiedi quante partite di Champions abbia disputato, perché hanno un peso diverso. È una competizione con un ritmo e un’intensità differenti. Si vedono giocate diverse e si vive il calcio in un altro modo".

E per divertirsi, che cosa dovrebbe fare il Napoli in Champions League?

"Cercare di arrivare ai playoff sarebbe già un risultato molto importante. Ci divertiremmo moltissimo".

Anche il presidente sarebbe più contento. De Laurentiis è un vulcano di idee: con lui non ci si annoia mai?

"No, non ti annoi mai. Però va ringraziato, perché sono arrivato a Napoli a 36 anni e, dopo il decimo posto, mi è stata data una possibilità incredibile. È stata una scelta importante e, per certi versi, anche un po’ folle".

Che cosa vi siete detti al primo incontro?

"Mi chiamò il dottor Chiavelli. Incontrai prima lui e poi il presidente. Quando mi chiamò, mi disse: “Lei mi ha fatto un’ottima impressione: o è veramente bravo oppure è un grande attore”. Gli risposi: “Al massimo faremo un film”.

Torniamo alla tua passione. Qual è il primo ricordo legato al calcio e, in qualche modo, al lavoro che fai oggi?

"A casa mia si è sempre respirato calcio, grazie a mio padre e a mio zio. Il primo ricordo legato anche alla professione che svolgo oggi, però, risale all’estate, quando avevo 11 o 12 anni. Si usciva con il pallone, si andava al campetto e si tornava a casa la sera. Nel frattempo si parlava di calcio, delle squadre e dei giocatori da acquistare: “Secondo me devono prendere questo”. Sono pensieri che mi sono rimasti in testa. Mi è sempre piaciuto quel mondo".

Quando eravate al campetto, organizzavi tu le squadre?

"Sì, sempre. Volevo fare il direttore anche quando non portavo il pallone!".

La tua prima esperienza professionale è stata a Forlì. Come ci sei arrivato?

"È una storia curiosa. Sono laureato in Economia e ho frequentato un master in management sportivo a San Marino. Ho svolto lo stage al Forlì perché il direttore, Lorenzo Pedroni, era un ex allievo dello stesso master. Ho iniziato occupandomi dell’area commerciale e della vendita delle sponsorizzazioni. Dopo qualche mese, Pedroni mi disse: “Secondo me sei sveglio, ti faccio fare il team manager e stai vicino a me”. È così che ho iniziato".

Nel calcio bisogna trovarsi al posto giusto, ma anche saper cogliere le occasioni.

"Esatto, bisogna trovarsi nelle situazioni giuste e saperle cogliere".

Poi è arrivata l’esperienza in Svizzera, al Lugano, la tua prima vera esperienza da direttore sportivo. Che cosa ti ha lasciato il calcio svizzero?

"È stata la mia prima esperienza da direttore sportivo. Ho iniziato lavorando con Zdenek Zeman e ricordo che, durante una riunione tra novembre e dicembre, disse al presidente: “Basta, di calcio voglio parlare soltanto con lui”. Nel primo mese, infatti, non mi aveva praticamente rivolto la parola. È stata un’esperienza difficile. Ero giovane, avevo 24 o 25 anni e non sapevo bene come rapportarmi con lui. Poi mi ha studiato un po’ e, nel giro di sei mesi, siamo riusciti a trovare un’intesa. L’anno successivo abbiamo raggiunto il terzo posto e disputato il girone di Europa League, chiudendo con nove punti. Due anni dopo abbiamo ottenuto un’altra qualificazione europea. Tutto questo con uno dei budget più bassi. Siamo riusciti a creare una buona sinergia, prendendo giocatori dalla Serie B italiana, calciatori svizzeri di qualità e, ogni tanto, facendo qualche operazione a sorpresa".

Come si vive uno scudetto da direttore sportivo? Quando arriva il tricolore, che cosa si prova?

"È stato come vivere un sogno. È stata una stagione davvero difficile, con tanti problemi e tante situazioni complicate. Man mano che andavamo avanti e restavamo in corsa, però, cominciavamo a crederci. Non pensi mai davvero di poter arrivare fino in fondo. Poi abbiamo pareggiato a Parma, Lazio e Inter hanno pareggiato e noi abbiamo giocato l’ultima giornata di venerdì. La mattina della partita, mentre andavo in macchina al centro sportivo per la rifinitura, in città cominciavano a comparire le bandiere. In quel momento ho realizzato che forse stavamo davvero per vincere lo scudetto, al mio primo anno a Napoli. È stato un momento irripetibile".

E con Antonio Conte come ti sei trovato? Non hai scelto proprio una stagione tranquilla: una piazza esigente, un presidente vulcanico e un allenatore molto meticoloso.

"Quando ho firmato con il Napoli, nella mia testa c’erano Gasperini e Conte. Erano due figure forti. A 36 anni hai bisogno, tra virgolette, non tanto di protezione quanto di una persona con cui poter lavorare e costruire insieme. L’unità ti rende più forte e ti permette di spiegare al presidente determinate dinamiche e determinate scelte. Con Antonio mi sono trovato benissimo e lo ringrazierò per tutta la vita. Mi ha fatto vincere uno scudetto, che spero non sia l’ultimo, ma soprattutto uno scudetto storico. Mi ha insegnato tanto e mi ha fatto crescere professionalmente. Lavorare con un allenatore così esigente, determinato, appassionato e meticoloso, che non si accontenta mai, ti porta inevitabilmente a rendere di più. In quella stagione abbiamo dovuto anche vendere Kvaratskhelia, un’operazione che non è stata facile da gestire, e non siamo riusciti a rimpiazzarlo. Sono stati due anni importanti per me. Sarò sempre grato a Conte, perché mi ha dato una grande mano e, se abbiamo raggiunto risultati importanti, gran parte del merito è anche suo".

La prima scelta di un direttore sportivo è quella dell’allenatore. Hai parlato di Allegri: qual è la sua idea di calcio e che cosa può portare al Napoli?

"Dopo Conte era importante avere una personalità forte, magari diversa, ma comunque riconosciuta dallo spogliatoio, dalla piazza e dal presidente. Dobbiamo cercare di valorizzare il lavoro fatto finora, che secondo me non si è interrotto. Quest’anno la squadra può ancora dare continuità a quel percorso, anche se probabilmente siamo arrivati alla fine di un ciclo iniziato con Spalletti. Credo che Allegri, dopo l’esperienza di Milano, abbia voglia di rivincita. È una persona che, a volte, mi sorprende per quanto venga messa in discussione. Penso abbia voglia di rilanciarsi, e la stessa cosa vale per noi, dopo una stagione condizionata anche dalla sfortuna. Speriamo che le cose vadano nella direzione giusta".

Al di là del mercato, che cosa sta succedendo al calcio italiano? Quali segnali ci arrivano dal nostro campionato e quale posizione occupa oggi nel panorama internazionale?

"Negli ultimi dieci o quindici anni abbiamo perso molto terreno. Non è un problema soltanto italiano: anche la Francia non è più quella di una volta, in Germania ci sono poche squadre di vertice e in Spagna il livello è concentrato su tre o quattro club. Il calcio inglese, invece, ha creato un divario che, in questo momento, è difficile da colmare. Non basta nemmeno avere buone idee, perché le risorse economiche fanno la differenza. Loro fanno operazioni da 100 milioni di euro, mentre noi consideriamo importanti quelle da 30 milioni. È una situazione complicata e se ne può uscire soltanto lavorando insieme, come un sistema. Dobbiamo ragionare in maniera unitaria, un po’ come fa l’NBA. Se non lo facciamo, diventa difficile competere".

Qual è il campionato che ti piace guardare di più? Immagino che per lavoro tu debba seguirli tutti.

"La Premier League è sicuramente interessante, ma io mi diverto soprattutto con la Serie B e la Serie C. Mi piace guardare le partite, seguire le dirette e vedere quello che succede in quei campionati. Mi rilassa e mi fa ricordare quando ho iniziato. La Serie B, in particolare, è sempre stata il mio campionato".

Che cosa vorresti dire oggi alla città di Napoli, senza fare proclami? Qual è il messaggio che vorresti arrivasse ai tifosi nella vita di tutti i giorni?

"Vorrei trasmettere un messaggio di fiducia e pazienza. Le scelte che abbiamo fatto non sono state pensate soltanto per l’oggi, ma soprattutto per il domani. A volte bisogna accontentarsi un po’ nel breve periodo per gettare le basi e continuare a lavorare come è stato fatto negli ultimi vent’anni, così da proseguire il percorso anche negli anni successivi. I tifosi devono avere fiducia e pazienza".

Chiudiamo con un gioco: i tuoi migliori colpi di mercato, valutando anche il rapporto tra qualità e prezzo. Ti propongo alcuni nomi e tu li metti nella tua personale classifica. Partiamo da De Bruyne. Come lo giudichi?

"Devo fare una media tra le aspettative, il lavoro fatto per prenderlo e il rendimento. Oggi lo metto al quarto posto".

Passiamo a Badiashile.

"Per il momento lo mettiamo in fondo, perché c’è ancora tanto lavoro da fare".

Buongiorno?

"È stato il primo giocatore che ho acquistato al Napoli, quindi per me ha anche un valore emotivo importante. È un ragazzo a cui sono molto legato e lo metto sicuramente sul podio, al secondo posto".

Spinazzola?

"È un altro ragazzo a cui sono particolarmente legato. Lo metto al terzo posto".

E Neres?

"Quinto posto".

E gli altri acquisti, quelli che hanno richiesto il lavoro di tutto il gruppo?

"Sono operazioni di squadra. C’è chi osserva i giocatori, chi li valuta e chi contribuisce a convincerli; poi il direttore porta avanti l’acquisto. Alla Juventus, per esempio, ho comprato anche calciatori che non avevo mai visto personalmente".

E Lukaku?

"Sesto posto".

McTominay?

"Numero uno".

Allora il tuo colpo da maestro è proprio Scott McTominay. Qual è il colpo da maestro della tua vita professionale?

"Scott McTominay".