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Tennis, Australian Open: Alcaraz re anche a Melbourne, a 22 anni ha vinto tutti gli Slam
01.02.2026 16:53 di Napoli Magazine
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C'è un numero uno che dopo Melbourne è ancora più solo al comando. Carlos Alcaraz si prende l'ultimo tassello che gli mancava, trionfa agli Australian Open battendo l'immortale Novak Djokovic e completando a 22 anni il Career Grand Slam: nessuno come lo spagnolo, perché nemmeno i più grandi così giovani erano riusciti a conquistare tutti i Major. E quando il rumore si spegne e le luci della 'Rod Laver Arena' si abbassano per l'ultima volta, su quello che lascia questo primo appuntamento del 2026 lo ha chiarito il serbo, con la lucidità di chi sa riconoscere la portata dei momenti anche nel giorno della sconfitta: "Lascia un segno indelebile nella storia del tennis". Alcaraz, quasi a voler mettere un argine all'enfasi, ha però replicato: guai a chiamarlo leggenda, è ancora presto, aspettiamo fine carriera.

Eppure, al netto delle cautele, lo spagnolo una traccia nella storia del tennis l'ha già incisa. Profonda. Definitiva. Lo fa a 22 anni appunto, riuscendo là dove solo nessuno prima era arrivato. Non è una questione di paragoni o di classifiche, ma di fatti: vincere tutti i quattro tornei Slam prima di chiunque altro, in un'epoca iper competitiva, è un marchio che resta. L'unico limite ora è se stesso.

La finale dell'Australian Open è stata, prima di tutto, un racconto di maturità. Per 40 minuti Alcaraz è stato quasi un'ombra, schiacciato dall'intensità e dalla precisione chirurgica di Djokovic, capace di prendersi il campo come se il tempo non esistesse e portando a casa il primo set per 6-2. Un Alcaraz più giovane, forse, avrebbe forzato, cercato soluzioni impossibili. Questa volta no. Ha accettato il momento, ha aspettato che la partita cambiasse inerzia, e quando è successo non ha più mollato il controllo. Da lì in avanti non è stata una questione di potenza, ma di intelligenza tennistica: larghezza, variazioni, difesa estrema, gestione dei punti chiave. Djokovic ha lottato fino all'ultimo respiro ma il match era ormai nelle mani dello spagnolo, che si è preso le due successive partite per 6-2 e 6-3. Il serbo ha reagito nel quarto set, ma sul 4-4 ha mancato la palla del possibile break, cedendo poi il servizio, e il match, sul 6-5 per lo spagnolo.

"Ho perso contro il numero uno del mondo e contro un giocatore già leggendario", ha ammesso il serbo. E anche qui, attenzione alle parole: Djokovic, anni 39 a maggio, il più titolato tennista della storia che definisce leggenda Alcaraz, che ha gli anni della spensieratezza, quelli in cui una persona inizia a delineare il proprio futuro, lui ha già tracciato la linea verso l'infinito.

C'è poi un altro livello di lettura, forse ancora più significativo: il percorso. Sei settimane fa Alcaraz aveva scosso il mondo del tennis separandosi da Juan Carlos Ferrero, una scelta che aveva generato dubbi e critiche. In pochi avevano colto il senso di quella decisione, affidare la guida tecnica a Samuel Lopez e ripartire da se stesso. Oggi, col trofeo che mancava finalmente tra le mani, quella scelta appare per ciò che era: necessaria. "Molti hanno parlato senza sapere quanto ho lavorato - ha spiegato Alcaraz - Ho dimostrato che si sbagliavano". La conferma che il coraggio di cambiare, se sostenuto dal lavoro e dalla convinzione, può diventare un acceleratore di grandezza. Alcaraz non ha mai nascosto il peso di questo obiettivo, anzi lo ha cercato e lo ha fatto senza farsi schiacciare. I suoi limiti? Forse nemmeno lui li conosce.

Non in termini di gioco, che continua a evolversi, né di risultati. Ha un rivale generazionale in Jannik Sinner, che è già il motore narrativo del presente e del futuro. Col successo in Australia, Alcaraz sale a 13.650 punti nel ranking Atp, con un vantaggio di 3.350 sull'italiano (terzo è Djokovic, a 5.280). Ora tocca a Sinner tornare grande, alzare di nuovo l'asticella.

Alcaraz, intanto, guarda avanti con la consapevolezza di chi sa di aver fatto la storia ma rifiuta l'etichetta definitiva: "Una leggenda non si costruisce in uno o due anni. Vorrei che me lo dicessero tra 5 o 10 anni che sono una leggenda". Il pensiero è già per il Roland Garros, poi verranno i Masters, le Atp Finals, la Coppa Davis. "Se sogno di vincere tutti i titoli degli Slam nello stesso anno? Chi non lo farebbe? Per riuscirci bisogna pensare ad un torneo alla volta, una partita alla volta.

Ora il focus è Parigi". Per ora, però, "voglio prendermi qualche giorno per pensare a quello che ho fatto". A Melbourne un segno indelebile lo ha laciato, come il suo prossimo tatuaggio: "Farò un canguro probabilmente sulla gamba, devo solo scegliere quale, se farlo accanto a quello fatto per Wimbledon o per il Roland Garros".

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Tennis, Australian Open: Alcaraz re anche a Melbourne, a 22 anni ha vinto tutti gli Slam

di Napoli Magazine

01/02/2026 - 16:53

C'è un numero uno che dopo Melbourne è ancora più solo al comando. Carlos Alcaraz si prende l'ultimo tassello che gli mancava, trionfa agli Australian Open battendo l'immortale Novak Djokovic e completando a 22 anni il Career Grand Slam: nessuno come lo spagnolo, perché nemmeno i più grandi così giovani erano riusciti a conquistare tutti i Major. E quando il rumore si spegne e le luci della 'Rod Laver Arena' si abbassano per l'ultima volta, su quello che lascia questo primo appuntamento del 2026 lo ha chiarito il serbo, con la lucidità di chi sa riconoscere la portata dei momenti anche nel giorno della sconfitta: "Lascia un segno indelebile nella storia del tennis". Alcaraz, quasi a voler mettere un argine all'enfasi, ha però replicato: guai a chiamarlo leggenda, è ancora presto, aspettiamo fine carriera.

Eppure, al netto delle cautele, lo spagnolo una traccia nella storia del tennis l'ha già incisa. Profonda. Definitiva. Lo fa a 22 anni appunto, riuscendo là dove solo nessuno prima era arrivato. Non è una questione di paragoni o di classifiche, ma di fatti: vincere tutti i quattro tornei Slam prima di chiunque altro, in un'epoca iper competitiva, è un marchio che resta. L'unico limite ora è se stesso.

La finale dell'Australian Open è stata, prima di tutto, un racconto di maturità. Per 40 minuti Alcaraz è stato quasi un'ombra, schiacciato dall'intensità e dalla precisione chirurgica di Djokovic, capace di prendersi il campo come se il tempo non esistesse e portando a casa il primo set per 6-2. Un Alcaraz più giovane, forse, avrebbe forzato, cercato soluzioni impossibili. Questa volta no. Ha accettato il momento, ha aspettato che la partita cambiasse inerzia, e quando è successo non ha più mollato il controllo. Da lì in avanti non è stata una questione di potenza, ma di intelligenza tennistica: larghezza, variazioni, difesa estrema, gestione dei punti chiave. Djokovic ha lottato fino all'ultimo respiro ma il match era ormai nelle mani dello spagnolo, che si è preso le due successive partite per 6-2 e 6-3. Il serbo ha reagito nel quarto set, ma sul 4-4 ha mancato la palla del possibile break, cedendo poi il servizio, e il match, sul 6-5 per lo spagnolo.

"Ho perso contro il numero uno del mondo e contro un giocatore già leggendario", ha ammesso il serbo. E anche qui, attenzione alle parole: Djokovic, anni 39 a maggio, il più titolato tennista della storia che definisce leggenda Alcaraz, che ha gli anni della spensieratezza, quelli in cui una persona inizia a delineare il proprio futuro, lui ha già tracciato la linea verso l'infinito.

C'è poi un altro livello di lettura, forse ancora più significativo: il percorso. Sei settimane fa Alcaraz aveva scosso il mondo del tennis separandosi da Juan Carlos Ferrero, una scelta che aveva generato dubbi e critiche. In pochi avevano colto il senso di quella decisione, affidare la guida tecnica a Samuel Lopez e ripartire da se stesso. Oggi, col trofeo che mancava finalmente tra le mani, quella scelta appare per ciò che era: necessaria. "Molti hanno parlato senza sapere quanto ho lavorato - ha spiegato Alcaraz - Ho dimostrato che si sbagliavano". La conferma che il coraggio di cambiare, se sostenuto dal lavoro e dalla convinzione, può diventare un acceleratore di grandezza. Alcaraz non ha mai nascosto il peso di questo obiettivo, anzi lo ha cercato e lo ha fatto senza farsi schiacciare. I suoi limiti? Forse nemmeno lui li conosce.

Non in termini di gioco, che continua a evolversi, né di risultati. Ha un rivale generazionale in Jannik Sinner, che è già il motore narrativo del presente e del futuro. Col successo in Australia, Alcaraz sale a 13.650 punti nel ranking Atp, con un vantaggio di 3.350 sull'italiano (terzo è Djokovic, a 5.280). Ora tocca a Sinner tornare grande, alzare di nuovo l'asticella.

Alcaraz, intanto, guarda avanti con la consapevolezza di chi sa di aver fatto la storia ma rifiuta l'etichetta definitiva: "Una leggenda non si costruisce in uno o due anni. Vorrei che me lo dicessero tra 5 o 10 anni che sono una leggenda". Il pensiero è già per il Roland Garros, poi verranno i Masters, le Atp Finals, la Coppa Davis. "Se sogno di vincere tutti i titoli degli Slam nello stesso anno? Chi non lo farebbe? Per riuscirci bisogna pensare ad un torneo alla volta, una partita alla volta.

Ora il focus è Parigi". Per ora, però, "voglio prendermi qualche giorno per pensare a quello che ho fatto". A Melbourne un segno indelebile lo ha laciato, come il suo prossimo tatuaggio: "Farò un canguro probabilmente sulla gamba, devo solo scegliere quale, se farlo accanto a quello fatto per Wimbledon o per il Roland Garros".