Ci sarà una ripresa
Difficile fare previsioni
"I più poveri tra i poveri, quelli che non hanno un tetto, che vivono per strada, sono quelli che "nessuno vuole. Talvolta nemmeno noi, nella Chiesa, sappiamo fare loro posto. Li vorremmo più docili, più puliti, capaci di rispettare subito le nostre regole. La loro vita arriva invece scomposta e ci chiede tempo. Ci chiede di imparare, di farci aiutare da chi sa curare, di reggere una relazione che non offre risultati da mostrare. Ci chiede di tornare anche dopo una porta sbattuta". A scriverlo, in una riflessione diffusa oggi, è l'arcivescovo di Napoli, cardinale Domenico Battaglia. "Non hanno famiglia, diciamo. Non hanno casa, non hanno patria, non hanno nome. Qualcuno non ha più neppure i documenti", dice riferendosi a quella schiera di persone che vivono senza alcun aiuto. "Per aiutarli, chiediamo loro di possedere già qualcosa di ciò che hanno perduto. E a ogni porta li rimandiamo altrove. Altrove: una parola facile da pronunciare quando si sa dove andare a dormire", aggiunge. "Di notte, nelle stazioni, rimangono quelli che non devono partire. L'ultimo treno si porta via le persone attese da qualche parte. Loro restano. Sotto un portico, accanto a una saracinesca, nel punto in cui il muro trattiene un poco del calore del giorno. Si stendono sopra un cartone con una cautela che somiglia a un'antica educazione: occupare poco spazio, chiedere permesso persino al marciapiede. Li riconosciamo da lontano. Da come trascinano una busta, dalle scarpe, da quell'odore inconfondibile che - sottolinea l'arcivescovo - ci raggiunge prima del loro viso. L'odore di un corpo al quale sono mancati un bagno, vestiti puliti, un luogo dove spogliarsi senza paura. Noi lo sentiamo per pochi secondi. Loro ci abitano dentro. E devono sopportare anche la smorfia di chi passa".
di Napoli Magazine
17/10/2026 - 18:36
"I più poveri tra i poveri, quelli che non hanno un tetto, che vivono per strada, sono quelli che "nessuno vuole. Talvolta nemmeno noi, nella Chiesa, sappiamo fare loro posto. Li vorremmo più docili, più puliti, capaci di rispettare subito le nostre regole. La loro vita arriva invece scomposta e ci chiede tempo. Ci chiede di imparare, di farci aiutare da chi sa curare, di reggere una relazione che non offre risultati da mostrare. Ci chiede di tornare anche dopo una porta sbattuta". A scriverlo, in una riflessione diffusa oggi, è l'arcivescovo di Napoli, cardinale Domenico Battaglia. "Non hanno famiglia, diciamo. Non hanno casa, non hanno patria, non hanno nome. Qualcuno non ha più neppure i documenti", dice riferendosi a quella schiera di persone che vivono senza alcun aiuto. "Per aiutarli, chiediamo loro di possedere già qualcosa di ciò che hanno perduto. E a ogni porta li rimandiamo altrove. Altrove: una parola facile da pronunciare quando si sa dove andare a dormire", aggiunge. "Di notte, nelle stazioni, rimangono quelli che non devono partire. L'ultimo treno si porta via le persone attese da qualche parte. Loro restano. Sotto un portico, accanto a una saracinesca, nel punto in cui il muro trattiene un poco del calore del giorno. Si stendono sopra un cartone con una cautela che somiglia a un'antica educazione: occupare poco spazio, chiedere permesso persino al marciapiede. Li riconosciamo da lontano. Da come trascinano una busta, dalle scarpe, da quell'odore inconfondibile che - sottolinea l'arcivescovo - ci raggiunge prima del loro viso. L'odore di un corpo al quale sono mancati un bagno, vestiti puliti, un luogo dove spogliarsi senza paura. Noi lo sentiamo per pochi secondi. Loro ci abitano dentro. E devono sopportare anche la smorfia di chi passa".