Calcio
RADIO CRC - Chiariello: "Messi? Maradona resta il più grande di sempre, venne a vincere a Napoli"
17.06.2026 21:40 di Napoli Magazine
aA

Il giornalista Umberto Chiariello è intervenuto con il suo consueto "Punto Chiaro" ai microfoni di Radio CRC: "No, tecnico, per la longevità, per la carriera, per i titoli vinti di squadra e individuali e per lo score, cioè per le sue performance. Da questo mix di criteri, a cui va aggiunto anche l’impatto mediatico del calciatore sulla sua epoca, esce poi fuori un giudizio su quelli che si intendono per giocatori generazionali, cioè coloro che hanno segnato delle generazioni. Partiamo dagli anni Trenta. In quegli anni i grandi calciatori che hanno segnato quell’epoca in Europa sono stati György Sárosi, ungherese, Giuseppe Meazza, italiano, e Matthias Sindelar, austriaco. Leonidas è stato invece il grande campione sudamericano. Dagli anni Cinquanta in poi non c’è dubbio che i giocatori generazionali, intesi come tali, siano stati Alfredo Di Stefano e Ferenc Puskás. Negli anni Cinquanta c’è stato anche Schiaffino, grande avversario del Brasile al Maracanazo, ma dagli anni Sessanta in poi abbiamo proprio quelli che hanno segnato le generazioni. Gli anni Sessanta sono quelli di Pelé, che vince tre Mondiali: 1958, 1962 e 1970. È l’unico calciatore nella storia ad aver conquistato tre Coppe del Mondo da giocatore. Zagallo ne vince due da calciatore e una da allenatore. Non c’è nella storia un altro calciatore che possa vantare un simile risultato, anche se nel secondo Mondiale Pelé giocò pochissimo perché si infortunò e fu sostituito da Amarildo nel 1962. Negli anni Sessanta ci sono stati anche altri giocatori straordinari come Eusébio, Gigi Riva, Bobby Charlton e Gianni Rivera, ma il calciatore generazionale è stato Pelé. Gli anni Settanta hanno visto una diarchia al potere: due calciatori europei sugli scudi in quel decennio. Sono stati gli anni di Johan Cruijff e Franz Beckenbauer, i grandi rivali. Gli anni Ottanta, invece, sono stati gli anni di Diego Armando Maradona in un contesto pazzesco, perché in quel periodo c’erano Michel Platini, Zico, Falcao, Van Basten, Gullit, i grandi olandesi, i tedeschi come Lothar Matthäus e Karl-Heinz Rummenigge, i francesi e una generazione di fenomeni. Gli anni Ottanta sono stati incredibili, ma su tutti si è stagliato come una figura assolutamente al di sopra di tutto Diego Armando Maradona. Poi abbiamo avuto un leggero calo dopo questi fenomeni. Negli anni Novanta c’è stato Ronaldo il Fenomeno, che ha chiuso il suo percorso mondiale con il trionfo del 2002 in Corea del Sud e Giappone. Negli anni Novanta nasce anche la stella di Zinedine Zidane, che è stato un giocatore generazionale, ma negli ultimi vent’anni il mondo si è diviso tra Lionel Messi e Cristiano Ronaldo. Cristiano Ronaldo, CR7, ha segnato un’epoca insieme a Messi. Per me non c’è partita: Cristiano Ronaldo è nettamente inferiore a Messi. In questa logica non avevo citato Di Stefano, ma Di Stefano è stato il calciatore generazionale degli anni Cinquanta. Tra il 1955 e il 1960 ha vinto cinque Coppe dei Campioni consecutive, le prime cinque della storia. Un giocatore fenomenale. Quindi: anni Cinquanta Di Stefano e Puskás, anni Sessanta Pelé, anni Settanta Cruijff e Beckenbauer, anni Ottanta Maradona, anni Novanta Zidane e Ronaldo, poi Messi e Cristiano Ronaldo. Questi sono i più grandi di tutti i tempi. Fare una classifica tra loro è difficile, ma Messi è arrivato a 39 anni, ha esordito al Mondiale con una tripletta e chissà cosa farà ancora. Ha vinto un Mondiale come Maradona e ha vinto tutto quello che si poteva vincere in Europa. È stato l’alfiere di una delle squadre più belle e più forti di tutti i tempi, perché nella graduatoria dei club più forti della storia ci sono l’Ajax di Cruijff, il Bayern Monaco di Beckenbauer, il Milan di Sacchi con Van Basten e Gullit e il Barcellona di Guardiola con Messi. Sono questi i grandissimi club che hanno scritto la storia. Anche il Liverpool di Dalglish, Souness e compagni ha avuto un ruolo enorme, così come il River Plate degli anni Quaranta e Cinquanta della “Máquina” con Pedernera, Loustau, Moreno e poi Di Stefano. Sono club che hanno scritto la storia. L’Inter di Herrera, il Milan di Rocco, il Benfica di Eusébio, ma i club che hanno davvero cambiato il calcio sono l’Ajax del calcio totale di Rinus Michels, il Bayern Monaco che ha sviluppato il calcio atletico unendo l’evoluzione tattica alla forza fisica del Nord Europa, il Milan di Sacchi e il Barcellona di Guardiola. E lì c’è Messi. Ma c’è un “ma”. Il primo Scudetto della storia del Napoli, dopo sessant’anni di storia, lo vince Maradona. Messi ha giocato soltanto in grandi club. Di Stefano ha giocato nel River Plate della Máquina e nel Real Madrid delle cinque Coppe dei Campioni. Cruijff ha giocato nell’Ajax e nel Barcellona. Pelé ha giocato nel Santos che dominava il Brasile e il mondo di quei tempi, prima di chiudere la carriera ai New York Cosmos. Messi ha giocato nel Barcellona, nel Paris Saint-Germain e poi negli Stati Uniti. Platini, dopo gli inizi in Francia, ha giocato nella Juventus più grande della sua storia. Beckenbauer ha giocato nel Bayern Monaco. Maradona no. Maradona è l’eccezione. Maradona viene a giocare con Celestini, Bruscolotti, grande capitano e simbolo della classe operaia del calcio, con Moreno Ferrario, Renica, Garella — che tecnicamente non era bello da vedere tra i pali, ma era straordinariamente efficace — con Ciro Muro e Puzone. Ma voi ve lo immaginate Messi che gioca con Puzone? Maradona viene a Napoli da reietto del calcio, perché le grandi società non lo volevano più, bollato come indesiderato. Arriva a 23 anni e qui vince uno Scudetto, una Coppa Italia con il record di imbattibilità, una Coppa UEFA, un altro Scudetto e una Supercoppa. Da noi, i vinti, quelli che non avevano mai vinto niente e che si fregiavano nella bacheca della Coppa delle Alpi e della Coppa Anglo-Italiana, oltre a un paio di Coppe Italia. Li vedete voi Di Stefano, Pelé, Cruijff o Messi vincere a Napoli in quelle condizioni? No. Maradona sì. Ecco perché lui è il più grande di tutti: perché entra nel mondo dei vinti e li fa diventare vincitori. Questo lo può fare solo chi non appartiene semplicemente alla terra, ma al mito e all’epos".

ULTIMISSIME CALCIO
TUTTE LE ULTIMISSIME
NOTIZIE SUCCESSIVE >>>
RADIO CRC - Chiariello: "Messi? Maradona resta il più grande di sempre, venne a vincere a Napoli"

di Napoli Magazine

17/06/2026 - 21:40

Il giornalista Umberto Chiariello è intervenuto con il suo consueto "Punto Chiaro" ai microfoni di Radio CRC: "No, tecnico, per la longevità, per la carriera, per i titoli vinti di squadra e individuali e per lo score, cioè per le sue performance. Da questo mix di criteri, a cui va aggiunto anche l’impatto mediatico del calciatore sulla sua epoca, esce poi fuori un giudizio su quelli che si intendono per giocatori generazionali, cioè coloro che hanno segnato delle generazioni. Partiamo dagli anni Trenta. In quegli anni i grandi calciatori che hanno segnato quell’epoca in Europa sono stati György Sárosi, ungherese, Giuseppe Meazza, italiano, e Matthias Sindelar, austriaco. Leonidas è stato invece il grande campione sudamericano. Dagli anni Cinquanta in poi non c’è dubbio che i giocatori generazionali, intesi come tali, siano stati Alfredo Di Stefano e Ferenc Puskás. Negli anni Cinquanta c’è stato anche Schiaffino, grande avversario del Brasile al Maracanazo, ma dagli anni Sessanta in poi abbiamo proprio quelli che hanno segnato le generazioni. Gli anni Sessanta sono quelli di Pelé, che vince tre Mondiali: 1958, 1962 e 1970. È l’unico calciatore nella storia ad aver conquistato tre Coppe del Mondo da giocatore. Zagallo ne vince due da calciatore e una da allenatore. Non c’è nella storia un altro calciatore che possa vantare un simile risultato, anche se nel secondo Mondiale Pelé giocò pochissimo perché si infortunò e fu sostituito da Amarildo nel 1962. Negli anni Sessanta ci sono stati anche altri giocatori straordinari come Eusébio, Gigi Riva, Bobby Charlton e Gianni Rivera, ma il calciatore generazionale è stato Pelé. Gli anni Settanta hanno visto una diarchia al potere: due calciatori europei sugli scudi in quel decennio. Sono stati gli anni di Johan Cruijff e Franz Beckenbauer, i grandi rivali. Gli anni Ottanta, invece, sono stati gli anni di Diego Armando Maradona in un contesto pazzesco, perché in quel periodo c’erano Michel Platini, Zico, Falcao, Van Basten, Gullit, i grandi olandesi, i tedeschi come Lothar Matthäus e Karl-Heinz Rummenigge, i francesi e una generazione di fenomeni. Gli anni Ottanta sono stati incredibili, ma su tutti si è stagliato come una figura assolutamente al di sopra di tutto Diego Armando Maradona. Poi abbiamo avuto un leggero calo dopo questi fenomeni. Negli anni Novanta c’è stato Ronaldo il Fenomeno, che ha chiuso il suo percorso mondiale con il trionfo del 2002 in Corea del Sud e Giappone. Negli anni Novanta nasce anche la stella di Zinedine Zidane, che è stato un giocatore generazionale, ma negli ultimi vent’anni il mondo si è diviso tra Lionel Messi e Cristiano Ronaldo. Cristiano Ronaldo, CR7, ha segnato un’epoca insieme a Messi. Per me non c’è partita: Cristiano Ronaldo è nettamente inferiore a Messi. In questa logica non avevo citato Di Stefano, ma Di Stefano è stato il calciatore generazionale degli anni Cinquanta. Tra il 1955 e il 1960 ha vinto cinque Coppe dei Campioni consecutive, le prime cinque della storia. Un giocatore fenomenale. Quindi: anni Cinquanta Di Stefano e Puskás, anni Sessanta Pelé, anni Settanta Cruijff e Beckenbauer, anni Ottanta Maradona, anni Novanta Zidane e Ronaldo, poi Messi e Cristiano Ronaldo. Questi sono i più grandi di tutti i tempi. Fare una classifica tra loro è difficile, ma Messi è arrivato a 39 anni, ha esordito al Mondiale con una tripletta e chissà cosa farà ancora. Ha vinto un Mondiale come Maradona e ha vinto tutto quello che si poteva vincere in Europa. È stato l’alfiere di una delle squadre più belle e più forti di tutti i tempi, perché nella graduatoria dei club più forti della storia ci sono l’Ajax di Cruijff, il Bayern Monaco di Beckenbauer, il Milan di Sacchi con Van Basten e Gullit e il Barcellona di Guardiola con Messi. Sono questi i grandissimi club che hanno scritto la storia. Anche il Liverpool di Dalglish, Souness e compagni ha avuto un ruolo enorme, così come il River Plate degli anni Quaranta e Cinquanta della “Máquina” con Pedernera, Loustau, Moreno e poi Di Stefano. Sono club che hanno scritto la storia. L’Inter di Herrera, il Milan di Rocco, il Benfica di Eusébio, ma i club che hanno davvero cambiato il calcio sono l’Ajax del calcio totale di Rinus Michels, il Bayern Monaco che ha sviluppato il calcio atletico unendo l’evoluzione tattica alla forza fisica del Nord Europa, il Milan di Sacchi e il Barcellona di Guardiola. E lì c’è Messi. Ma c’è un “ma”. Il primo Scudetto della storia del Napoli, dopo sessant’anni di storia, lo vince Maradona. Messi ha giocato soltanto in grandi club. Di Stefano ha giocato nel River Plate della Máquina e nel Real Madrid delle cinque Coppe dei Campioni. Cruijff ha giocato nell’Ajax e nel Barcellona. Pelé ha giocato nel Santos che dominava il Brasile e il mondo di quei tempi, prima di chiudere la carriera ai New York Cosmos. Messi ha giocato nel Barcellona, nel Paris Saint-Germain e poi negli Stati Uniti. Platini, dopo gli inizi in Francia, ha giocato nella Juventus più grande della sua storia. Beckenbauer ha giocato nel Bayern Monaco. Maradona no. Maradona è l’eccezione. Maradona viene a giocare con Celestini, Bruscolotti, grande capitano e simbolo della classe operaia del calcio, con Moreno Ferrario, Renica, Garella — che tecnicamente non era bello da vedere tra i pali, ma era straordinariamente efficace — con Ciro Muro e Puzone. Ma voi ve lo immaginate Messi che gioca con Puzone? Maradona viene a Napoli da reietto del calcio, perché le grandi società non lo volevano più, bollato come indesiderato. Arriva a 23 anni e qui vince uno Scudetto, una Coppa Italia con il record di imbattibilità, una Coppa UEFA, un altro Scudetto e una Supercoppa. Da noi, i vinti, quelli che non avevano mai vinto niente e che si fregiavano nella bacheca della Coppa delle Alpi e della Coppa Anglo-Italiana, oltre a un paio di Coppe Italia. Li vedete voi Di Stefano, Pelé, Cruijff o Messi vincere a Napoli in quelle condizioni? No. Maradona sì. Ecco perché lui è il più grande di tutti: perché entra nel mondo dei vinti e li fa diventare vincitori. Questo lo può fare solo chi non appartiene semplicemente alla terra, ma al mito e all’epos".