Cultura & Gossip
SPETTACOLI - "Il lutto si addice ad Elettra" al Teatro Mercadante
08.01.2026 18:35 di Napoli Magazine
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Da mercoledì 14 a domenica 18 gennaio al Teatro Mercadante

in scena l’acclamata regia del capolavoro di Eugene O’Neill

IL LUTTO SI ADDICE AD ELETTRA

firmata da Davide Livermore

nella nuova traduzione di Margherita Rubino

con Elisabetta Pozzi

Paolo Pierobon, Linda Gennari, Marco Foschi

Aldo Ottobrino, Carolina Rapillo, Davide Niccolini

Dopo il felice debutto al Teatro Ivo Chiesa di Genova dello scorso mese di ottobre, fa tappa a Napoli – dal 14 al 18 gennaio al Teatro Mercadante – per la tournée 2026 lo spettacolo Il lutto si addice ad Elettra (Mourning becomes Electra) il manumentale testo del 1931 dello statunitense Eugene O’Neill, considerato tra i capolavori del teatro del Novecento.

Presentato dal Teatro Nazionale di Genova in coproduzione con CTB – Centro Teatrale Bresciano, lo spettacolo è firmato dal regista Davide Livermore che con questo testo prosegue un percorso che dopo l’Orestea lo ha portato a scandagliare le eterne fragilità umane, a latitudini ed epoche storiche diverse, passando anche per Il giro di vite di Henry James della scorsa stagione.       

«Il testo di O’Neill non è una semplice riscrittura dell’Orestea – afferma Livermore –  ma è una creazione totalmente nuova che si compie aderendo perfettamente alla propria contemporaneità. Un classico che si riverbera ancora oggi ben oltre il ‘900: un affresco familiare, un viaggio affascinante e inquietante tra mito archetipico e moderna psicoanalisi, tra dramma borghese e tragedia».

«Questo titolo – annota ancora il regista – è anche una dedica ideale allo spettacolo che quasi trent’anni fa debuttò proprio a Genova con la regia di Luca Ronconi, a 10 anni dalla sua scomparsa. In quella edizione Elisabetta Pozzi, tra le più grandi attrici della sua generazione, interpretava Lavinia e oggi, come in un gioco di specchi e riverberi, interpreta il ruolo di Christine allora interpretata da Mariangela Melato».

Con Elisabetta Pozzi (Christine Mannon), recitano Paolo Pierobon (Ezra Mannon), Linda Gennari (Lavinia Mannon), Marco Foschi (Orin Mannon), Aldo Ottobrino (Adam Brant), Carolina Rapillo (Hazel Niles), Davide Niccolini (Peter Niles).

La scena, a cura di Davide Livermore, è un’ambientazione onirica che evoca le prospettive sghembe dei film di Wiene o Hitchcock; i costumi sono di Gianluca Falaschi, le luci di Aldo Mantovani, le musiche di Daniele D’angelo sono una continua evocazione dei concerti di Bruno Maderna e Giorgio Federico Ghedini; la regista assistente è Mercedes Martini.

La durata dello spettacolo è di 3h e 30’ incluso intervallo

Info: teatrodinapoli.it

biglietteria: 081.5513396 | biglietteria@ teatrodinapoli.it

Note di Davide Livermore

«L’operazione di O’Neill è stata geniale, fondare il teatro contemporaneo americano partendo dalla più grande trilogia della storia, che ancora ci parla di noi, in modo potente. Ci parla di eredità, di drammi e traumi familiari, anche a chi crede di non averne, siamo tutti coinvolti. Per me questo testo è l’affermazione della tragedia nella nostra epoca. La Tragedia non è qualcosa di immoto, “si muove” e si adatta in maniera plastica alla contemporaneità in cui viene riscritta […] 2500 anni dopo O’Neill non può non constatare che, nel permanere degli elementi tragici, la società è cambiata. Il senso collettivo oggi non è più rappresentato dalla polis, ma dall’individuo. Ciascuno deve illuminare personalmente la propria strada, essere tribunale di sé stesso […] Nella tragedia di O’Neill, la psicoanalisi freudiana si sostituisce alla presenza degli dèi. E allora quel senso di giustizia assoluto, divino, cui tendeva il tribunale descritto da Eschilo, viene sostituito dal cammino verso un senso di responsabilità personale, che deve sorgere in ogni spettatore. Questa è la catarsi de Il lutto si addice ad Elettra: l’indignazione, il rigore morale, la coerenza e quindi il senso di azione che deve scaturire concretamente nella vita di ogni uomo… Pensiamo anche al coro, tanto potente nella tragedia classica: O’Neill prova a mantenerlo, ma non è più un coro che commenta, non è più la collettività che giudica moralmente gli eventi. Quel che resta, come spesso accade nella nostra società, è poco più che un chiacchiericcio […] L’Ottocento della fine della guerra di Secessione, in cui è ambientato il dramma di O’Neill, perde i contorni e diventa storia amplificata e esasperata. Abbiamo tolto la caratterizzazione storica a favore di quella psicologica dei personaggi mettendo il fuoco, sulla storia, le parole e l’interpretazione degli attori per uno dei migliori cast che ho avuto nella mia vita. Fatto non solo di “nomi”, ma di nomi che calzano perfettamente ai personaggi. Non posso non partire da Elisabetta Pozzi: con lei attraversiamo trenta anni di teatro italiano. Questo suo passaggio dal ruolo di figlia, che interpretava nell’edizione di Ronconi, a quello di madre, mi commuove, perché è una grandissima interprete che dà prova, per l’ennesima volta, di una militanza e di un’adesione totale alla vita teatrale. E trovo bellissimo il passaggio di testimone: Melato-Pozzi e ora Pozzi-Gennari. Di Linda Gennari, in questi anni, stiamo assistendo all’ingresso in una maturità interpretativa, dopo averla vista in Orestea, Grounded, Maria Stuarda, Il viaggio di Victor (produzioni fondamentali nella mia direzione del TNG). Il comparto degli uomini, poi, è semplicemente formidabile. Paolo Pierobon mi ha incantato per la capacità unica di passare dal teatro al cinema portando sempre un valore assoluto di qualità, che incarna con grande sapienza. Stessa cosa posso dire di Marco Foschi: il suo Orin Mannon è straordinariamente sensibile, inquieto, dolente, febbrilmente nevrotico. Poi Aldo Ottobrino: interprete fantastico, il suo è un Adam Brant disperato, sensuale. E sono orgoglioso dei due giovani, Carolina Rapillo e Davide Nicolini: il modo in cui affrontano Ezel e Peter è la conferma della straordinarietà non solo passata, ma presente e futura della Accademia “Mariangela Melato” del Teatro Nazionale di Genova».

Dai Greci agli U.S.Adi Margherita Rubino

«Il lutto si addice ad Elettra cancella, nell’opinione di tutti, i vent’anni di precedenti esperimenti di O’Neill e di una teatralità americana varia e incerta tra farse patriottiche o plot western. Si fatica a ricordare quello che sta prima del “Lutto”, perfino gli stessi drammi dello stesso autore. È il “Lutto” che avvia l’autore verso il premio Nobel (1936). Non vi è dubbio quindi che O’Neill ricalchi i tre drammi di “Orestea” (Agamennone, Coefore, Eumenidi) con tre pièces (Il ritorno, L’agguato, L’incubo) animato dalla precisa volontà di proporre sé stesso come il vero fondatore di un teatro statunitense ‘regolare’[…] I nomi di tre protagonisti ricalcano vistosamente quelli greci, il coro dei fedeli della reggia di Agamennone torna nella forma narrativa di dialoghi tra comprimari, tornano anche gli incubi di Oreste. Le azioni dei personaggi sono le stesse. Il sentire no.

I nostri sono personaggi del XX secolo, penetrati da Freud e dal primo Jung, ossessionati dalla prima pagina all’ultima, in un crescendo che attanaglia chi legge e chi assiste, in sequenze che lasciano senza respiro […]  Il grandioso disegno eschileo non può stare certo nel XX secolo, ateo, renitente perfino a sostituire con il Destino gli Dei. Il finale di “Orestea” è potente, la storia di Oreste si dilata a rappresentare quella dell’Uomo e della Storia.  “Il lutto” ha pur esso una sua grandiosità, semplicemente si tratta qui delle storie di singoli, che un giudizio lo affrontano anche loro […]  Non è autoanalisi, è il non poter sfuggire a quegli infiniti granelli di sabbia che in Spettri di Ibsen, come nell’amato Strindberg rappresentano il passato, la colpa, e che in Pirandello sono i ‘volti da maschera’ che ci mettiamo e di cui le didascalie di O’Neill sono ricchissime. La nostra trilogia regala personaggi inediti, il cui spessore arriva dal continuo scavo reciproco. Avvia allo stesso tempo all’uso teatrale di una lingua essenziale, aggressiva, distruttiva, arma vincente di pièces famose come Chi ha paura di Virginia Woolf di Edward Albee e del dialogare a raffica che fece la fortuna di David Mamet o Sam Shepard».

Dalle note di Elisabetta Pozzi

"Dopo quasi trenta anni, torno a questo testo. Ripenso, certo, a quell’esperienza che avevo vissuto interpretando il ruolo di Lavinia, la figlia. Perché quello spettacolo, quel personaggio fatto allora, è un ricordo vivo, rimasto nella memoria storica della mia vita d’attrice. Era una grande responsabilità, mi confrontavo con un’attrice come Mariangela Melato. L’approccio di Livermore fa sì che affrontiamo O’Neill con un taglio quasi cinematografico, in una prospettiva “metateatrale”. Con Livermore siamo dentro la tragedia, lo dobbiamo essere fino in fondo, ci lasciamo travolgere. In questa messa in scena emergono tutte le sfaccettature dei personaggi, tutti gli aspetti più neri e reconditi: la regia di Livermore, così potente, piena di suoni, musiche, di rimandi anche a certa cinematografia, credo proprio possa risultare di grande impatto per gli spettatori".

Il lutto si addice ad Elettra

di Eugene O’Neill

Regia e Scene Davide Livermore

Con Elisabetta Pozzi (Christine Mannon); Paolo Pierobon (Ezra Mannon);

Linda Gennari (Lavinia Mannon); Marco Foschi (Orin Mannon);

Aldo Ottobrino (Adam Brant); Carolina Rapillo (Hazel Niles); Davide Niccolini (Peter Niles).

Costumi Gianluca Falaschi | Musiche Daniele D’Angelo | Luci Aldo Mantovani

Trucco e parrucco Bruna Calvaresi |Regista assistente Mercedes Martini

Produzione Teatro Nazionale di Genova; coproduzione con CTB – Centro Teatrale Bresciano (da gennaio 2026)

Eugene O’Neill nacque il 6 ottobre 1888 in un albergo di New York durante una tournée del padre, un attore girovago di origini irlandesi. ? A sette anni fu mandato alla scuola di Mount Saint Vincent, da allora furono rare le occasioni per stare con la famiglia e iniziò a sentirsi un outsider, oppresso da problemi psicologici dovuti all’inadeguatezza dei modelli familiari e ancor più all'incapacità di adattarsi al rigorismo del convitto cattolico. ? A quattordici anni passò alla Betts Academy di Stamford, nel Connecticut, segnando un radicale distacco dalle radici spirituali irlandesi. ?La madre, Ellen, sofferente di cancro, era dedita alla morfina, un fatto che influenzò profondamente O'Neill e che si riflette nel dramma Long Day's Journey Into Night. ? Nel 1906, studente a Princeton, si sposò con Kathleen Jenkins, ma la abbandonò poco dopo la nascita de figlio. L’insicurezza in campo affettivo apre la strada ad altre fragilità e dipendenze: combatteva contro l'alcolismo (che aveva ereditato dal padre), verrà espulso da Princeton, il fratello Jamie morirà alcolizzato e lui stesso era sprofondato in un periodo tormentato che culminò in un tentativo di suicidio (raccontato nel dramma autobiografico Exorcism). Nel 1912, dopo un ricovero in sanatorio, O'Neill scoprì il potere della scrittura e decise di diventare drammaturgo, scoprendo il potere creativo, invece che distruttivo. I suoi riferimenti privilegiati erano Conrad, Strindberg, Cechov, Ibsen e Dostoevskij e frequentava corsi di drammaturgia ad Harvard. Nel 1920 ottenne il premio Pulitzer con Beyond the Horizon, a cui seguirono altri successi come The Emperor Jones e Anna Christie (1921, il dramma della prostituta riscattata, ispirato agli anni di libero amore al Greenwich Village). Negli anni successivi esplorò il teatro sperimentale alternando l’espressionismo a una cifra di raffinato simbolismo. ?Tra il 1926 e il 1929, sono tanti i viaggi in Oriente, la ricaduta nell’alcolismo e il nascente amore per la splendida attrice Carlotta Monterey, la nascita di altri due figli, Shane e Oona (che diventò, poi, la moglie di Charlie Chaplin). Intanto continuava a scrivere e, tra le opere più celebri, ricordiamo The Hairy Ape, Mourning Becomes Electra (una preziosa e contemporanea variazione dell’Orestea) e Strange Interlude. ?Il 1936 è l’anno del premio Nobel per la letteratura a cui seguì un allontanamento dai palcoscenici di Broadway e un periodo di silenzio, interrotto alla fine del conflitto mondiale con The Iceman Cometh (1946), Days without End, A Moon for the Misbegotten. Gli ultimi anni di vita furono segnati da una malattia degenerativa e da tragedie personali e familiari, tra cui il suicidio del figlio Eugene Jr. nel 1950. ? Eugene O'Neill morì il 27 novembre 1953 in un albergo di Boston.

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di Napoli Magazine

08/01/2026 - 18:35

Da mercoledì 14 a domenica 18 gennaio al Teatro Mercadante

in scena l’acclamata regia del capolavoro di Eugene O’Neill

IL LUTTO SI ADDICE AD ELETTRA

firmata da Davide Livermore

nella nuova traduzione di Margherita Rubino

con Elisabetta Pozzi

Paolo Pierobon, Linda Gennari, Marco Foschi

Aldo Ottobrino, Carolina Rapillo, Davide Niccolini

Dopo il felice debutto al Teatro Ivo Chiesa di Genova dello scorso mese di ottobre, fa tappa a Napoli – dal 14 al 18 gennaio al Teatro Mercadante – per la tournée 2026 lo spettacolo Il lutto si addice ad Elettra (Mourning becomes Electra) il manumentale testo del 1931 dello statunitense Eugene O’Neill, considerato tra i capolavori del teatro del Novecento.

Presentato dal Teatro Nazionale di Genova in coproduzione con CTB – Centro Teatrale Bresciano, lo spettacolo è firmato dal regista Davide Livermore che con questo testo prosegue un percorso che dopo l’Orestea lo ha portato a scandagliare le eterne fragilità umane, a latitudini ed epoche storiche diverse, passando anche per Il giro di vite di Henry James della scorsa stagione.       

«Il testo di O’Neill non è una semplice riscrittura dell’Orestea – afferma Livermore –  ma è una creazione totalmente nuova che si compie aderendo perfettamente alla propria contemporaneità. Un classico che si riverbera ancora oggi ben oltre il ‘900: un affresco familiare, un viaggio affascinante e inquietante tra mito archetipico e moderna psicoanalisi, tra dramma borghese e tragedia».

«Questo titolo – annota ancora il regista – è anche una dedica ideale allo spettacolo che quasi trent’anni fa debuttò proprio a Genova con la regia di Luca Ronconi, a 10 anni dalla sua scomparsa. In quella edizione Elisabetta Pozzi, tra le più grandi attrici della sua generazione, interpretava Lavinia e oggi, come in un gioco di specchi e riverberi, interpreta il ruolo di Christine allora interpretata da Mariangela Melato».

Con Elisabetta Pozzi (Christine Mannon), recitano Paolo Pierobon (Ezra Mannon), Linda Gennari (Lavinia Mannon), Marco Foschi (Orin Mannon), Aldo Ottobrino (Adam Brant), Carolina Rapillo (Hazel Niles), Davide Niccolini (Peter Niles).

La scena, a cura di Davide Livermore, è un’ambientazione onirica che evoca le prospettive sghembe dei film di Wiene o Hitchcock; i costumi sono di Gianluca Falaschi, le luci di Aldo Mantovani, le musiche di Daniele D’angelo sono una continua evocazione dei concerti di Bruno Maderna e Giorgio Federico Ghedini; la regista assistente è Mercedes Martini.

La durata dello spettacolo è di 3h e 30’ incluso intervallo

Info: teatrodinapoli.it

biglietteria: 081.5513396 | biglietteria@ teatrodinapoli.it

Note di Davide Livermore

«L’operazione di O’Neill è stata geniale, fondare il teatro contemporaneo americano partendo dalla più grande trilogia della storia, che ancora ci parla di noi, in modo potente. Ci parla di eredità, di drammi e traumi familiari, anche a chi crede di non averne, siamo tutti coinvolti. Per me questo testo è l’affermazione della tragedia nella nostra epoca. La Tragedia non è qualcosa di immoto, “si muove” e si adatta in maniera plastica alla contemporaneità in cui viene riscritta […] 2500 anni dopo O’Neill non può non constatare che, nel permanere degli elementi tragici, la società è cambiata. Il senso collettivo oggi non è più rappresentato dalla polis, ma dall’individuo. Ciascuno deve illuminare personalmente la propria strada, essere tribunale di sé stesso […] Nella tragedia di O’Neill, la psicoanalisi freudiana si sostituisce alla presenza degli dèi. E allora quel senso di giustizia assoluto, divino, cui tendeva il tribunale descritto da Eschilo, viene sostituito dal cammino verso un senso di responsabilità personale, che deve sorgere in ogni spettatore. Questa è la catarsi de Il lutto si addice ad Elettra: l’indignazione, il rigore morale, la coerenza e quindi il senso di azione che deve scaturire concretamente nella vita di ogni uomo… Pensiamo anche al coro, tanto potente nella tragedia classica: O’Neill prova a mantenerlo, ma non è più un coro che commenta, non è più la collettività che giudica moralmente gli eventi. Quel che resta, come spesso accade nella nostra società, è poco più che un chiacchiericcio […] L’Ottocento della fine della guerra di Secessione, in cui è ambientato il dramma di O’Neill, perde i contorni e diventa storia amplificata e esasperata. Abbiamo tolto la caratterizzazione storica a favore di quella psicologica dei personaggi mettendo il fuoco, sulla storia, le parole e l’interpretazione degli attori per uno dei migliori cast che ho avuto nella mia vita. Fatto non solo di “nomi”, ma di nomi che calzano perfettamente ai personaggi. Non posso non partire da Elisabetta Pozzi: con lei attraversiamo trenta anni di teatro italiano. Questo suo passaggio dal ruolo di figlia, che interpretava nell’edizione di Ronconi, a quello di madre, mi commuove, perché è una grandissima interprete che dà prova, per l’ennesima volta, di una militanza e di un’adesione totale alla vita teatrale. E trovo bellissimo il passaggio di testimone: Melato-Pozzi e ora Pozzi-Gennari. Di Linda Gennari, in questi anni, stiamo assistendo all’ingresso in una maturità interpretativa, dopo averla vista in Orestea, Grounded, Maria Stuarda, Il viaggio di Victor (produzioni fondamentali nella mia direzione del TNG). Il comparto degli uomini, poi, è semplicemente formidabile. Paolo Pierobon mi ha incantato per la capacità unica di passare dal teatro al cinema portando sempre un valore assoluto di qualità, che incarna con grande sapienza. Stessa cosa posso dire di Marco Foschi: il suo Orin Mannon è straordinariamente sensibile, inquieto, dolente, febbrilmente nevrotico. Poi Aldo Ottobrino: interprete fantastico, il suo è un Adam Brant disperato, sensuale. E sono orgoglioso dei due giovani, Carolina Rapillo e Davide Nicolini: il modo in cui affrontano Ezel e Peter è la conferma della straordinarietà non solo passata, ma presente e futura della Accademia “Mariangela Melato” del Teatro Nazionale di Genova».

Dai Greci agli U.S.Adi Margherita Rubino

«Il lutto si addice ad Elettra cancella, nell’opinione di tutti, i vent’anni di precedenti esperimenti di O’Neill e di una teatralità americana varia e incerta tra farse patriottiche o plot western. Si fatica a ricordare quello che sta prima del “Lutto”, perfino gli stessi drammi dello stesso autore. È il “Lutto” che avvia l’autore verso il premio Nobel (1936). Non vi è dubbio quindi che O’Neill ricalchi i tre drammi di “Orestea” (Agamennone, Coefore, Eumenidi) con tre pièces (Il ritorno, L’agguato, L’incubo) animato dalla precisa volontà di proporre sé stesso come il vero fondatore di un teatro statunitense ‘regolare’[…] I nomi di tre protagonisti ricalcano vistosamente quelli greci, il coro dei fedeli della reggia di Agamennone torna nella forma narrativa di dialoghi tra comprimari, tornano anche gli incubi di Oreste. Le azioni dei personaggi sono le stesse. Il sentire no.

I nostri sono personaggi del XX secolo, penetrati da Freud e dal primo Jung, ossessionati dalla prima pagina all’ultima, in un crescendo che attanaglia chi legge e chi assiste, in sequenze che lasciano senza respiro […]  Il grandioso disegno eschileo non può stare certo nel XX secolo, ateo, renitente perfino a sostituire con il Destino gli Dei. Il finale di “Orestea” è potente, la storia di Oreste si dilata a rappresentare quella dell’Uomo e della Storia.  “Il lutto” ha pur esso una sua grandiosità, semplicemente si tratta qui delle storie di singoli, che un giudizio lo affrontano anche loro […]  Non è autoanalisi, è il non poter sfuggire a quegli infiniti granelli di sabbia che in Spettri di Ibsen, come nell’amato Strindberg rappresentano il passato, la colpa, e che in Pirandello sono i ‘volti da maschera’ che ci mettiamo e di cui le didascalie di O’Neill sono ricchissime. La nostra trilogia regala personaggi inediti, il cui spessore arriva dal continuo scavo reciproco. Avvia allo stesso tempo all’uso teatrale di una lingua essenziale, aggressiva, distruttiva, arma vincente di pièces famose come Chi ha paura di Virginia Woolf di Edward Albee e del dialogare a raffica che fece la fortuna di David Mamet o Sam Shepard».

Dalle note di Elisabetta Pozzi

"Dopo quasi trenta anni, torno a questo testo. Ripenso, certo, a quell’esperienza che avevo vissuto interpretando il ruolo di Lavinia, la figlia. Perché quello spettacolo, quel personaggio fatto allora, è un ricordo vivo, rimasto nella memoria storica della mia vita d’attrice. Era una grande responsabilità, mi confrontavo con un’attrice come Mariangela Melato. L’approccio di Livermore fa sì che affrontiamo O’Neill con un taglio quasi cinematografico, in una prospettiva “metateatrale”. Con Livermore siamo dentro la tragedia, lo dobbiamo essere fino in fondo, ci lasciamo travolgere. In questa messa in scena emergono tutte le sfaccettature dei personaggi, tutti gli aspetti più neri e reconditi: la regia di Livermore, così potente, piena di suoni, musiche, di rimandi anche a certa cinematografia, credo proprio possa risultare di grande impatto per gli spettatori".

Il lutto si addice ad Elettra

di Eugene O’Neill

Regia e Scene Davide Livermore

Con Elisabetta Pozzi (Christine Mannon); Paolo Pierobon (Ezra Mannon);

Linda Gennari (Lavinia Mannon); Marco Foschi (Orin Mannon);

Aldo Ottobrino (Adam Brant); Carolina Rapillo (Hazel Niles); Davide Niccolini (Peter Niles).

Costumi Gianluca Falaschi | Musiche Daniele D’Angelo | Luci Aldo Mantovani

Trucco e parrucco Bruna Calvaresi |Regista assistente Mercedes Martini

Produzione Teatro Nazionale di Genova; coproduzione con CTB – Centro Teatrale Bresciano (da gennaio 2026)

Eugene O’Neill nacque il 6 ottobre 1888 in un albergo di New York durante una tournée del padre, un attore girovago di origini irlandesi. ? A sette anni fu mandato alla scuola di Mount Saint Vincent, da allora furono rare le occasioni per stare con la famiglia e iniziò a sentirsi un outsider, oppresso da problemi psicologici dovuti all’inadeguatezza dei modelli familiari e ancor più all'incapacità di adattarsi al rigorismo del convitto cattolico. ? A quattordici anni passò alla Betts Academy di Stamford, nel Connecticut, segnando un radicale distacco dalle radici spirituali irlandesi. ?La madre, Ellen, sofferente di cancro, era dedita alla morfina, un fatto che influenzò profondamente O'Neill e che si riflette nel dramma Long Day's Journey Into Night. ? Nel 1906, studente a Princeton, si sposò con Kathleen Jenkins, ma la abbandonò poco dopo la nascita de figlio. L’insicurezza in campo affettivo apre la strada ad altre fragilità e dipendenze: combatteva contro l'alcolismo (che aveva ereditato dal padre), verrà espulso da Princeton, il fratello Jamie morirà alcolizzato e lui stesso era sprofondato in un periodo tormentato che culminò in un tentativo di suicidio (raccontato nel dramma autobiografico Exorcism). Nel 1912, dopo un ricovero in sanatorio, O'Neill scoprì il potere della scrittura e decise di diventare drammaturgo, scoprendo il potere creativo, invece che distruttivo. I suoi riferimenti privilegiati erano Conrad, Strindberg, Cechov, Ibsen e Dostoevskij e frequentava corsi di drammaturgia ad Harvard. Nel 1920 ottenne il premio Pulitzer con Beyond the Horizon, a cui seguirono altri successi come The Emperor Jones e Anna Christie (1921, il dramma della prostituta riscattata, ispirato agli anni di libero amore al Greenwich Village). Negli anni successivi esplorò il teatro sperimentale alternando l’espressionismo a una cifra di raffinato simbolismo. ?Tra il 1926 e il 1929, sono tanti i viaggi in Oriente, la ricaduta nell’alcolismo e il nascente amore per la splendida attrice Carlotta Monterey, la nascita di altri due figli, Shane e Oona (che diventò, poi, la moglie di Charlie Chaplin). Intanto continuava a scrivere e, tra le opere più celebri, ricordiamo The Hairy Ape, Mourning Becomes Electra (una preziosa e contemporanea variazione dell’Orestea) e Strange Interlude. ?Il 1936 è l’anno del premio Nobel per la letteratura a cui seguì un allontanamento dai palcoscenici di Broadway e un periodo di silenzio, interrotto alla fine del conflitto mondiale con The Iceman Cometh (1946), Days without End, A Moon for the Misbegotten. Gli ultimi anni di vita furono segnati da una malattia degenerativa e da tragedie personali e familiari, tra cui il suicidio del figlio Eugene Jr. nel 1950. ? Eugene O'Neill morì il 27 novembre 1953 in un albergo di Boston.